Breve storia della Scream Queen: la regina del cinema horror

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Scritto da Eva Cabras (fonte immagine: rollingstone.it)

La definizione di scream queen identifica un’attrice che ha lavorato e lasciato un segno nella storia del cinema del l’orrore, interpretando un ruolo iconico o determinante per i suoi successori.
Tra le regine dell’urlo filmico si trovano interpreti che hanno dedicato gran parte della propria carriera al terrore, ma anche donne che con un solo personaggio hanno rivoluzionato per sempre i canoni della femminilità in un genere tendenzialmente accusato di bieco maschilismo. In principio la scream queen vestiva i panni (spesso succinti) della bella sprovveduta, colei che doveva incarnare i desideri dello spettatore medio: uomo, giovane, a caccia di emozioni forti. Finiva quasi immancabilmente uccisa in un bagno di sangue, ma l’horror è un genere tutt’altro che statico ed è arrivato a dare vita a personaggi femminili decisamente più autonomi rispetto al passato, fino a sostituire del tutto la figura del l’eroe in lotta contro il Male con l’eroina capace di salva re sé stessa.

Il cinema horror delle origini, coadiuvato da un sistema sociale patriarcale, tendeva a ricalcare lo schema narrativo della fiaba, dove la vittima perfetta per ogni genere di nefandezza era incarnata alla perfezione dalla “principessa in pe ricolo”. Le nuove Biancaneve di Hollywood persero il titolo regale, ma conservarono il loro ruolo di premio per l’eroe valoroso, oggetto del desiderio e calamita per i guai. La prima attrice a entrare nel pantheon delle scream queens fu Fay Wray, la bionda preda del “King Kong” del 1933, che passò effettivamente gran parte della pellicola lanciando disperate urla di orrore tra i grattacieli di New York. Gran parte delle attrici nei film horror dei successivi due decenni ebbero parti modeste, poco clamorose, se non in relazione a più rilevanti corrispettivi maschili, vedi “La sposa di Frankenstein”. Gli anni ’40 e ’50 furono l’epoca di Bela Lugosi e Boris Karloff, interpreti che lasciavano artisticamente poco spazio alle proprie colleghe.

Poi arrivò il 1960 e, tra un tripudio di “spose di” e “amanti di”, portò al cinema l’ugola d’oro di Janet Leigh in “Psycho” di Alfred Hitchcock e il magnetismo gotico di Barbara Steele in “La Maschera del Demonio” di Mario Bava. La Leigh raggiunge l’apice della propria interpretazione da scream queen con la traduzione più letterale del termine, urlando al cospetto di Norman Bates/Anthony Perkins nella celebre scena della doccia. Il suo fu un ruolo molto classi co, da dama sola e in fuga, con alle spalle un passato recente di fornicazione e furto, non a caso punito con l’allegoria fallica della pugnalata, in una sorta di contrappasso biblico causato dalla sessualità anche solo blandamente esibita. Decisamente meno indi fesa è la strega vendicativa Asa di Barbara Steele, una delle più grandi scream queens della storia, che ha successivamente continuato a sperimentare con l’horror insieme ai maestri italiani Riccardo Freda, Lucio Fulci e Antonio Margheriti. I suoi personaggi iniziarono a scalfire l’immagine della donna come oggetto fragile in cerca di protezione, portando una caratterizzazione tridimensionale in anticipo di anni sulla successiva radicalizzazione cinematografica dell’eroina horror.

L’innocenza torturata di Mia Farrow in “Rosemary’s Baby” del 1968 la porta tra i più alti esempi di scream queen, anche se nel suo caso le urla si fanno sussurri, singhiozzi soffocati e sospiri di resa. Nonostante brilli per qualità attoriale, il personaggi di Rosemary è ancora legato a un ritratto di donna estremamente manipolabile, indifeso, alienato da una schiera di antagonisti dai poteri imbattibili. La protagonista di Roman Polanski parte già sconfitta per il suo opprimente ruolo di madre a tutti i costi, eccellente metafora di una prassi sociale che stava comunque raggiungendo il suo punto

cinematografico di rottura.

Non sorprende, quindi, trovare a distanza di pochi anni uno dei primi esempi di scream queens che si salva con il solo ausilio delle proprie forze, rimanendo l’unica sopravvissu ta della strage, la final girl. L’attrice è Marylin Burns e il film è “Non aprite quella porta” del 1974. Un gruppo di ragazzi in vacanza incappa in una famiglia di cannibali, che li ucciderà uno a uno, lasciandosi sfuggire soltanto una delle protagoniste femminili. Lo schema dello slasher movie rimarrà pressoché invariato per decenni, con tonnellate di varianti, ma con l’immancabile eroina superstite, che deve la vita a sé stessa e alle proprie capacità. La rivoluzione sessuale aveva colto anche solo parzialmente nel segno ed era riuscita ad abbattere uno stereotipo culturale più che radicato. Le scream queens degli anni ’70 si sono stufate di aspettare il principe e iniziano ad andarci con la mano pesante, sempre senza rinunciare alle urla catartiche che le hanno rese celebri. A ribaltare ulteriormente la caratterizzazione solitamente molto eroticizzata della scream queen interviene Brian de Palma con “Carrie – Lo sguardo di Satana” nel 1976. Virginale e timorata, la potentissima alter ego di Sissi Spacek trasforma la propria innocenza tradita in furia omicida, portando comunque avanti il sistema di riferimenti metaforici alla paura della sessualità, qui accostata al sangue (prima mestruale e poi suino) come simbolo di impurità.

Il titolo di regina delle urla pare essere ereditario e ce lo dimostra Jamie Lee Curtis, figlia di Janet Leight, con il suo esordio cinematografico in “Halloween – La notte delle streghe” di John Carpenter del 1978. Di nuovo una protagonista sessualmente acerba, responsabile e circondata da amici disinibiti, unica sopravvissuta alla sete di sangue di Michael Mayers. Il personaggio di Laurie Strode la incorona regina delle regine, di nuovo nel mirino del killer in “Fog”, sempre di Carpenter, e nei vari sequel della saga di Halloween. Nel 2015 è anche protagonista di una serie tv horror, non a caso chiamata “Scream Queens”, insieme ad alcune delle nuove regine te del l’urlo televisivo, Emma Roberts, Billie Lourd e Abigail Breslin.

La prima scream queen a prendere veramente l’iniziativa verso uno smarcamento totale dalle vecchie dinamiche di genere è probabilmente Haether Langenkamp grazie al ruolo di protagonista in “Nightmare – Dal profondo della notte”, diretto nel 1984 dal guru del l’horror Wes Craven. Nancy Thompson è perseguitata dall’artigliato Freddy Krueger, che tenta più volte di ucciderla nei suoi sogni. Un piano scaltro e tantissimo coraggio faranno di Nancy la sopravvissuta designata, capace e consapevole della propria forza come nessuna delle sue antenate filmiche. La regina del l’urlo sta finalmente iniziando ad avvicinarsi al ruolo di eroina, colei che ha tutto il potere necessario per salvarsi la pelle con le proprie mani. Non contento di aver sdoganato l’immagine del l’eroina combattente, Wes Craven ha il merito di aver scardinato un altro solidissimo cliché del genere horror: la final girl di uno slasher movie non deve più necessariamente essere una vergine. Il passaggio avviene con “Scream” del 1996 e con la sua protagonista Sidney Prescott, interpretata da Neve Campbell. Invece di starsene in un angolo a biasimare i propri coetanei che esplorando la propria sessualità, Sidney cede a sua volta alla normalità della propria età, distruggendo finalmente la forzata idea di candore che avrebbe dovuto essere l’arma vincente contro i i cattivi. L’arma vince te non è l’astinenza, ma una pistola e un sacco di rabbia.

Il nuovo millennio ha continuato con successo a sfornare scream queens e film horror, con incursioni più o meno significative nel genere e con alcuni volti destinati a diventare icone contemporanee. Tra questi c’è senza dubbio quello di Sheri Moon Zombie, moglie e collega del regista Rob Zombie, che ama fare della propria sposa la protagonista dei suoi sanguinosissimi lavori. Che abbia la parte della cattiva, come in “La casa dei mille corpi”, o dell’eroina, come per “Le streghe di Salem” e “31”, il suo stile attoriale attinge sapientemente al l’iconografia del cinema exploitation anni ’60 di serie b, con le sue protagoniste super sensuali ma anche spietate, e riesce a costruirsi uno stile personale da regina dell’urlo che è ormai un riconosci bile marchio di fabbrica. Anche Chloë Moretz si è ritagliata un posto tra le scream queens del XXI secolo, prendendo parte alla caccia al remake perfetto che ha contagiato gran parte delle produzioni horror contemporanee. La Moretz ha reinterpretato le protagoniste di “Amityville Horror”, “The Eye”, “Let me in” e “Carrie – Lo sguardo di Satana”, regalando performance valide nel solco di una tradizione solidamente collaudata.

A mischiare le carte in tavola sono, invece, le giovanissime scream queens di ultima generazione, le attrici protagoniste di quei film che hanno veramente dato qualcosa di inedito e audace al genere horror, ben lontano dal poter essere definito morto. Nel 2014 esce It Follows di David Robert Mitchell. La protagonista, interpretata da Maika Monroe, si scopre insegui a da un’entità maligna e muta forma dopo aver fatto sesso con un ragazzo. Le conseguenze della perdita dell’innocenza saranno ovviamente devastanti, ma la novità interessante è che la protagonista non viene salvata e non si salva neanche da sola. Alla fine di “It Follows” non c’è alcuna salvezza, ma soltanto un compromesso, un eterno guardarsi le spalle che è anche consapevolezza della propria condizione di sofferenza perpetua. Una simile visione del finale si ha con “The Witch” di Robert Eggers, uscito nel 2015. Un’altra promessa dell’horror, Anya Taylor Joy, si scontra contro le forze del Male che vorrebbero farne una strega. La resa al richiamo del proibito costituisce ancora una volta uno strano compromesso, poiché è accettazione del demoniaco ma contemporaneamente liberazione dalle catene del l’ipocrisia puritana. Giustamente catalogato tra gli horror meglio riusciti degli ultimi anni, The Witch è stata la rampa di lancio per la Joy, scelta poco dopo per Split di M. Night Shyamalan e prossimamente di nuovo al fianco di Eggers per il nuovo adattamento di Nosferatu. Complici alcuni straordinari esempi di innovazione di genere, le nuove regine dell’urlo promettono di portare avanti la nobile tradizione dell’orrore. God save the queens.

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