Racconti di disagio e rappresentazione dei sentimenti. Xavier Dolan: un regista, un esteta.

Jai-tué-ma-mère

Scritto da Lorenzo Ceotto (fonte immagine: life-festival.it)

Ci sono di versi cinefili attenti ad un determinato tipo di cinema che Xavier Dolan lo conoscono da un po’ di tempo, nel l’ultimo periodo però l’attenzione verso il giovane regista franco-canadese, si è espansa coinvolgendo un più vasto segmento di amanti del cinema e anche un pubblico italiano meno cinefilo ma consapevolmente curioso. L’avvento di Mommy nelle sale cinematografiche italiane è stato annunciato con molto entusiasmo in seguito ai botteghini sbaragliati in Francia e alla super ovazione al Festival di Cannes . Qui in Italia infatti i giornali, le riviste, e soprattutto la rete, hanno dato il via ad un circuito virtuoso di elogi che etichettano Dolan a “regista del l’anno”, “enfant prodige”, accostandolo in svariate sedi alla corsa al l’Oscar per il miglior film straniero.

Con l’uscita nelle sale di Mommy, anche il pubblico italiano meno cinefilo ma più curioso avrà risvegliato qualche attenzione verso il giovane regista franco-canadese e sicuramente valutato l’ipotesi di andare a vedere la sua ultima opera, sicuramente stimolato dagli appellativi d’elogio affibbiati al giovane regista. La cosa un po’ triste però è che in Italia ci svegliamo sempre tardi, e che tutta questa attenzione da eterni followers più che da early adopter, arriva solamente adesso che qualcuno (Good Films), finalmente, ha deciso di distribuire una sua opera, la sua quinta pellicola per la precisione. L’avvento del regista nelle nostre sale è avvenuto, quindi, un po’ in ritardo, considerando che già le quattro opere precedenti erano di tutto rispetto e meritavano senza ombra di dubbio una distribuzione italiana. Dal primo J’ai tué ma mère (Ho ucciso mia madre), passando per Les amours imaginaires (Gli amori immaginari), fino a Lauren ce Anyways e Tom à la ferme.

La prima cosa stupefacente di Xavier Dolan è che ha già prodotto 5 film alla giovanissima età di 25 anni. Tanto è straordinaria la sua precocità registica quanto è straordinaria la sua passione smodata per l’arte cinematografica. Se c’è una cosa certa è che il regista ha dimostrato di saper gestire le maestranze del cinema con una maturità inconsueta per la sua età e di trovarsi fin da subito perfettamente a suo agio a comunicare il suo ego e il suo immaginario con il linguaggio della settima arte. Un immaginario costituito in maniera cospicua dalla forza delle emozioni e dei sentimenti che riempiono tutte le opere del regista franco-canadese. Il suo è un cinema fatto di umanità, che vuole raccontare le persone, ciò che le muove, i drammi che avvolgono le loro vite. Il suo primo film passa attraverso lo sguardo di un ragazzo particolare (J’ai tué ma mère), raccontando il rapporto fra un giovane e sua madre, laddove la crisi adolescenziale scorbutica del protagonista nel rompere il “cordone ombelicale” e nel pronunciarsi della vita adulta e indipendente e’ il fulcro del film. Ne Gli amori immaginari (Les amours imaginaires) si condensa un triangolo amoroso omo-eterosessuale, una pellicola che potremmo ridefinire come un Jules & Jim postmoderno, in cui a farla da padrone vi sono l’amore, l’amicizia e l’illusione dei sentimenti. A seguire, al terzo step, Dolan si fa più impegnato, e consegna al pubblico la storia di Laurence Anyways, il film più queer della filmografia dolaniana, in cui Laurence scopre la sua vera identità di genere e si scontra con il mondo che volta le spalle alla diversità, perseguendo il sogno di un amore nonostante tutto. In Tom à la ferme , il giovane regista si mette alla prova con atmosfere più thrilling, narrando la ricerca della verità su di un amico scomparso. Quindi dulcis in fundo arriviamo all’odierno Mommy, attualmente nelle nostre sale, che racconta la crisi esistenziale di una madre in difficoltà, alle prese con un figlio problematico affetto da disturbi comportamentali.

Fondamentalmente nella filmografia di Dolan c’è un filo conduttore: l’amore, passando per i temi dell’adolescenza, dei rapimenti e della transessualità, emerge e si evidenzia sempre l’amore. I legami, i rapporti umani, da cui scaturiscono le emozioni, anche nelle accezioni più dark, fra cui anche la rabbia, la nevrosi, la frustrazione, sono altri elementi espressi che riecheggiano spesso nei drammi raccontati dal regista. La rappresentazione del l’adolescenza fatta in J’ai tué ma mère, omaggiando i dripping di Jackson Pollock e le confessioni di Antoine Doinel de I 400 Colpi, ricorda molto Truffaut e la Nouvelle Vague, gli accostamenti si sono già sprecati svariate volte fra addetti ai lavori e stampa specializzata. Trapela con evidenza che come fece Truffaut con il personaggio alter-ego Doinel, anche lo stesso Xavier Dolan soprattutto, nei primi due film metta molto di sé, della sua vita, raccontando storie fortemente autobiografiche, l’ Hubert Minel de J’ai tué ma mère, in tal senso, rappresenta un esempio roboante.

Dolan, come abbiamo sottolineato in precedenza, porta nello schermo la furia dei sentimenti e della passione saltando sul l’asse bright side e dark side con estrema leggerezza e autenticità. Elementi riportati in scena dagli attori che porta al centro del l’attenzione e che dirige con estrema perizia con la pretesa che siano estremamente reali, esseri umani concreti e non semplici esecutori di un ruolo, creando scene piene di realismo e di tensione. L’importanza della recitazione nei film di Dolan è forte, nel l’arco della sua filmografia ha dimostrato una intensa attrazione per l’arte recitativa, studiando e sperimentando le forme e gli stili più consoni alla sua idea di cinema, attuando una continua evoluzione su nuove strutture da affinare e comprendere. Le riuscitissime metamorfosi di alcune delle sue interpreti più fedeli, da Suzanne Clément ad Anne Dorval, dimostrano questa sua applicazione nello studio e nella direzione del l’arte recitativa. Proprio su questa forte attrazione per l’intensità e l’autenticità si poggia il suo concetto di cinema, che poi trasuda nei dialoghi, nelle scene e in tutte le fasi produttive, dalla scrittura stessa, seguendo nella fase realizzativa sul set, fino alla messa in serie del montaggio. Un trasporto e un’intensità che prendono forma in un cinema che ricorda per certi aspetti l’avanguardia impressionista francese degli anni ’20 e ‘30, laddove per mezzo di rallenty, in quadrature iconograficamente e cromaticamente enfatizzate, le emozioni, i sentimenti e le interiorità dei suoi personaggi trovano sfogo nella scena stessa, prendendo forma visivamente in una vera e propria visualizzazione delle emozioni, dove si caratterizzano le qualità poetiche e fotogeniche dei personaggi e delle componenti , degli oggetti e degli spazi che compongono l’inquadratura e non solo, fra campo e fuori campo.

Quindi il cinema di Dolan, si dimostra ricco di suggestioni visive, volte a trasmettere e rappresentare i sentimenti, l’umano che è in noi, spesso il dramma, senza trascurare l’immersione del l’individuo in un tutto, in un mondo che ha carattere soci le. La dimensione sociologica nella cinematografia  di Xavier Dolan non viene certamente trascurata. Soprattutto in Laurence Anyways e Mommy, Dolan, racconta la diversità e le difficoltà nel trovare la felicità di persone non normali e considerate diverse dalla società. Dai dei drammi apparentemente intimi, “domestici”, rimanda al carattere pubblico, a problemi che se possono implodere l’animo dei protagonisti poi vanno ad esplodere sul suolo del l’attenzione pubblica su problematiche da diffondere e rendere note, portando lo spettatore ad uno sguardo più consapevole e critico. Quindi se le prime due pellicole della filmografia possono apparire più melodrammatiche e autoreferenziali, con Laurence Anyways, Tom à la ferme e Mommy, Dolan, dimostra un crescente impegno sociale.

Un cinema che fa del disagio il fil rouge di fondo, ma lo racconta non di certo con toni dark, cupi, bui e tristi, ma bensì con un vigore cromatico, una pregnanza estetica che caratterizza uno stile patinato, luminoso e caldo. Un cinema lezioso, colorato, cromaticamente e iconograficamente carico che trova il suo apice stilistico proprio in Mommy. Dolan, pur nella sua essenza di raffinato esteta, vuole raccontare storie reali, impegnate, complesse, dure ma dando sempre un tono non per forza retorico, depresso, cupo e grigio, ma bensì cercando la speranza.

La cifra stilistica di Dolan riprende diversi tratti pop, attinge agli stilemi del videoclip e passa molto per l’utilizzo delle musiche, sempre molto importanti e molto presenti, con la consapevolezza che è proprio grazie ad esse che lo spettatore, anche inconsciamente si lascia coinvolgere dal film e si immedesima nella storia e nei personaggi, denotando una forma empatica del cinema e del rapporto fra spettatore e racconto cinematografico. In Mommy, ad esempio, le musiche e il contatto che esso prendono con la diegesi raggiungono una profondità massima, se si pensa che ogni canzone presente nel film proviene da un mix (“Die & Steve Mix 4ever”) creato dal marito di Diane (Anne Dorval) appositamente per un viaggio che i due insieme al piccolo Steve (il sorprendente Antoine-Olivier Pilon) fecero in California, e che costituisce un’ ulteriore componente narrativa forte all’interno della storia nel rievocare nei personaggi del film e nello spettatore un rapporto empatico più che mai intimo e personale. Una componente questa che caratterizza la struttura cinematografica che mette in atto Dolan. Con Mommy il contatto con lo spettatore viene stabilito anche col formato del l’immagine 1:1, che rappresenta una vicinanza maggio re ai personaggi, con i loro volti che vengono incorniciati come in un ritratto, eliminando quindi ogni possibilità di distrazione e ostentazione, mettendo il personaggio in risalto ancor più, focalizzandolo al centro dell’attenzione dei nostri occhi. Dolan dunque si impegna molto ad avvicinarci ai suoi personaggi, in Mommy lo fa all’ennesima potenza.

Tra le altre cose, un altro carattere che definisce il racconto cinematografico offertoci da Xavier Dolan con la sua opera è la femminilità, sia sullo stile che sulla presenza scenica e narrativa della donna. I personaggi femminili sono molto presenti nei suoi film, peculiarità per la quale ricorda vagamente l’opera di Almodovar. Il protagonista si trova immerso, amato e circondato da donne, che siano madri, balie, amiche o mogli. Spesso sono sole, vittime, divorziate, vedove, impegnate in battaglie enormi, si pensi a Chantale di J’ai tué ma mère e a Diane di Mommy, due personaggi tra l’altro interpretati divinamente da Anne Dorval. La donna ha un ruolo pregnante nel bene e nel male nella cinematografia di Dolan e forse è la vera protagonista di quel caos emotivo e di accadimenti a cui i personaggi sono chiamati a dare un senso e una risoluzione.

Un cinema patinato, impegnato, emozionante e fortemente femminile che racconta il disagio, e che non smette di ricordarci che viviamo in una società che troppo spesso dimentica le persone meno fortunate, meno dotate, meno raccomandate, le persone diverse, problematiche, malate. Una società che opprime la libertà del l’individuo, dove gli ultimi rimangono in eterno gli ultimi, non guardando all’amore, all’etica e al rispetto. Allora all’amore, all’etica e al rispetto vi guarda Xavier Dolan con la sua poetica cinematografica, con i suoi film che gridano libertà e speranza, dei viaggi emozionanti, che ci permettono di soffermarci e guardare empaticamente dentro noi stessi, dentro le nostre debolezze intime, ma anche dentro le nostre virtù, per capire, per non avere paura e avere il coraggio di combattere, cercando di vincere le nostre battaglie nonostante il mondo, la società, il sistema non siano sempre dalla nostra parte. Questo tipo di viaggio, a contatto con le storie, l’immaginario, e al fianco dei personaggi che ci consegna Xavier Dolan, sta riscuotendo molto successo e da una nicchia cinefila, si sta espandendo ad un più ampio pubblico non per forza di addetti ai lavori. Probabilmente sempre più si metteranno d’accordo pubblico e critica, non sono molti i registi che riescono a farlo, ci darà una risposta il proseguo della sua filmografia. Già molti attendono con ansia l’opera suprema, il capolavoro che lo certifica come cineasta vero, come nuovo maestro della settima arte. Senza dubbio i presupposti ci sono ecco me, non ci resta che attendere speranzosi la sua prossima fatica, su cui è già al lavoro, d’altronde Dolan, come ha più volte dichiarato, se non fa Cinema sta male, e noi glielo lasciamo fare più che volentieri.

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