A proposito di La notte del giudizio – Election Year

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Scritto da Federica Cunego (fonte immagine: cubemagazine.it)

L’idea alla base è tanto semplice quanto d’impatto: cosa sarebbe l ‘America se per una notte all’anno permettesse che ogni crimine, incluso l’omicidio, fosse legale al fine di ridurre il tasso di criminalità e purificarsi dalla violenza e rabbia innata nell’uomo?

Questo è l’interrogativo che sta alla base della trilogia di The Purge, inspiegabilmente tradotto come La notte del Giudizio. Perché il giudizio, la giustizia sono concetti in linea di massima estranei ai film, dove il male è piuttosto una cieca e incontrollabile sete di sangue, un desiderio di ingiustificata vendetta, un’animalesca e primordiale follia omicida che necessita di una giustificazione in una forma estetica o in una sorta di malsana liturgia. Solo in quest’ultimo capitolo, “Election Year” la violenza prende una forma più definita, logica e machiavellica. Se nel primo capitolo il punto di vista è affidato ad una famiglia elitaria, tutelata in quanto ricca e nel secondo si racconta del mondo dei quartieri popolari, nel terzo a fare da fulcro è la casta per eccellenza, quella che in questo universo distopico può decidere della vita e della morte delle persone.

E così, proprio nel 2016, anno della corsa alle presidenziali, viene presentato La notte del Giudizio – Election Year, dove un candidato dei nuovi padri fondatori (pseudo repubblicani e integralisti religiosi, fautori della Purificazione) si trova a scontrarsi con l’ultra democratica e biondissima oppositrice, disposta a tutto (anche a rischiare la vita(!?) ) pur di abolire l’insana ricorrenza annuale. La vena più squisitamente d’intrattenimento lascia strada ad una riflessione sulle dinamiche di potere, di culto ,di fanatismo. O almeno queste sarebbero state le intenzioni, perché in questo film la sensazione è quella che un’idea molto forte sia stata sviluppata male, se non addirittura in maniera superficiale. I due candidati sono personaggi manichei, bidimensionali e stereotipati; la senatrice, una donna integerrima che mai ha esitazioni o dubbi, neanche davanti alla morte, è un personaggio talmente artefatto e posticcio da non riuscire a creare l’empatia necessaria per creare un forte coinvolgimento emozionale rispetto alle vicende in scena, mentre l’oppositore è talmente schiavo della sua follia fanatico-religiosa da risultare patetico, più che un vero antagonista. La mancanza del più vago accenno di conflitto morale, di raffinata riflessione sulla società di oggi è però compensata da collaudato pacchetto di tensione, suspense e immagini dal forte impatto visivo. Tutto sommato, se fossi chiamata a giudicare la Notte del Giudizio, forse lo salverei dal linciaggio.

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