Edhel

edhelItalia 2017 – di Marco Renda – commedia/drammatico/fantastico – 84′Scritto da Elena Rimondo (fonte immagine: filmtv.it)

Rimasta orfana di padre, Edhel, una ragazzina con la passione per i cavalli, deve fare i conti con i compagni di scuola che la bullizzano per via del cappuccio che tiene sempre in testa. In realtà Edhel cerca di nascondere a tutti i costi una malformazione alle orecchie che la rende più simile ad un elfo. Non sarà che il senso di Edhel di non appartenere a questo mondo abbia a che fare con quelle orecchie di cui si vergogna?

Classificatosi secondo nella categoria Elements +6 al Giffoni Film Festival 2017, Edhel è un ibrido tra un film fantasy e realistico. In realtà, tutto l’armamentario fantasy (elfi, poteri magici, boschi fatati, etc.), è solo accennato e mai mostrato direttamente, a parte l’attributo fondamentale degli elfi, ovvero le orecchie a punta. Edhel, la protagonista eponima, è affetta da una rara malformazione del padiglione acustico, per cui ha delle orecchie molto appuntite che spuntano dai folti capelli castani. Ben sapendo quanto malevoli possano essere certi compagni di scuola, Edhel ha deciso di non togliersi mai il cappuccio della felpa, in modo da tenere nascosto al mondo il suo difetto. Ma, come sa chiunque abbia avuto a che fare con i bulli, passare inosservati non è così facile, e quindi il cappuccio, da ancora di salvezza, si trasforma nell’ennesimo motivo di derisione da parte delle compagne di classe. Per salvarsi dai bulli, infatti, non c’è tentativo di omologazione che serva, visto che è sufficiente essere diversi o deboli per venir presi di mira. Purtroppo Edhel, oltre che diversa, si trova anche in una situazione svantaggiata: rimasta orfana di padre da meno di un anno, ha cambiato scuola e vive con la madre, che cerca di arrabattarsi come può tra il lavoro, le difficoltà economiche e una figlia introversa. Edhel stessa ammette che, prima della morte del padre, non si copriva le orecchie perché sapeva che c’era qualcuno che la proteggeva, mentre ora i bulli sono ancora più pericolosi perché armati di smartphone con cui riprendere le loro “prodezze”.

Il film dell’esordiente Marco Renda è quindi calato nella contemporaneità, la quale ci fa una pessima figura. Tra bulli e falsi amici, non c’è quasi nessuno di cui ci si possa fidare, men che meno certi adulti, che’ i bulli dovranno pure essere stati generati da qualcuno. L’ipocrisia regna sovrana e la compassione va cercata con il lanternino. Che resta da fare, quindi, se non cercare rifugio in altri mondi o tra gli animali? Nel caso di Edhel, non si tratta di una semplice fuga da un mondo sadico e triste, ma della ricerca della propria identità, che è già scritta nella sua cosiddetta “malformazione” e nel suo nome etereo. Tra l’altro, anche i nomi degli altri personaggi positivi rimandano alle leggende celtiche e alla mitologia: la madre si chiama Ginevra, il maestro d’equitazione Ermete e l’amico illustratore Silvano. Nomi da comuni mortali, invece, per i maligni compagni di scuola.

Dimenticate, quindi, gran burroni, vesti bianche e tutto l’immaginario tolkiano di cui hanno un gran bisogno i mortali per poter sognare o per allestire giochi di ruolo, perché la magia potrebbe nascondersi nei boschi più ordinari o, meglio, negli occhi di chi guarda. In questa morale del film sta anche la chiave per comprendere perché Ermete definisce i bulli una “generazione di perdenti”. C’è da augurarsi che qualche bullo, vedendo questo film, trovi la redenzione, anche se non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire, orecchie a punta o no.

Voto: 7

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