Ryuichi Sakamoto: Coda

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Ryuichi Sakamoto: Coda – Giappone/USA 2017 – di Stephen Nomura Schible

documentario – 100′

Scritto da Elena Rimondo (fonte immagine: docandfilm.com)

Dal suo debutto nel 1978, Ryuichi Sakamoto ha esplorato i generi musicali più disparati, dalla techno al pop, oltre a cimentarsi anche come attore di quando in quando. L’intenso documentario di Schible ripercorre le varie fasi del musicista per approdare alla sua attività presente, divisa tra impegno ambientale e continue sperimentazioni sonore.

 

In Italia Ryuichi Sakamoto è conosciuto, più che come rockstar ed esponente della musica elettronica, come compositore di colonne sonore, in particolare Il tè nel deserto e L’ultimo imperatore. Anzi, ai più il suo nome sarà quasi sconosciuto, un po’ per via della pronuncia impossibile, un po’ perché il musicista giapponese è sempre stato oscurato dal ben più celebre Ennio Morricone. Sakamoto stesso evoca il momento in cui Bertolucci gli chiese di riscrivere l’ouverture della colonna sonora de Il tè nel deserto a pochi minuti dall’inizio della registrazione, minacciandolo che altrimenti avrebbe incaricato Morricone. E, a detta di Sakamoto, a quel punto non avrebbe avuto più possibilità.

Quello di Schible è quindi un prezioso documentario rivolto a tutti gli amanti delle colonne sonore composte da Sakamoto, dalla tenera Merry Christmas, Mr Lawrence da Furyo, fino alle inquietanti stilettate che accompagnano il viaggio di ritorno di Hugh Glass, il protagonista di Revenant. Tuttavia, Coda non si limita a ripercorrere la carriera di Sakamoto come compositore di colonne sonore. A dire il vero, la parte dedicata al suo rapporto con il cinema propriamente detto ha un ruolo meno importante rispetto a quella in cui si ripercorre l’attività di Sakamoto come compositore di pezzi musicali e sinfonie – per così dire – “fine a loro stessi”. In realtà nulla è fine a sé stesso in Sakamoto, così come le immagini sono parte integrante della sua musica anche quando egli non compone espressamente per il cinema. Dal documentario risulta chiaramente che, negli ultimi tempi, Sakamoto ha privilegiato un tipo di musica da accompagnarsi a immagini ben precise, e tutto ciò con lo scopo di smuovere le coscienze. E questo è l’altro aspetto su cui si sofferma il documentario. Già, perché pochi sapranno che ultimamente Sakamoto è diventato anche un attivista ambientale contro lo scioglimento dei ghiacci e la riaccensione dei reattori nucleari in Giappone dopo il disastro di Fukushima. Sakamoto non è uno che se ne sta nella torre d’avorio (in questo caso, una minuscola casetta piena zeppa di strumenti e sintetizzatori) a scrivere musica, ma che, all’occorrenza, scende in campo a protestare. Allo stesso tempo, ha fatto anche della musica uno strumento di protesta, a modo suo. Mai stanco di sperimentare, Sakamoto è alla continua ricerca di suoni da integrare nelle sue composizioni, che sia il rumore delle foglie calpestate, quello della pioggia che batte su una superficie o del ghiaccio che si scioglie. Non è solo dalla natura che Sakamoto trae ispirazione, ma anche dalla voce umana e dall’uso insolito di strumenti musicali. La musica sta nelle orecchie di chi ascolta, e infatti Sakamoto vive in un universo in cui anche il silenzio è musica. E’ musica persino il pianoforte scordato rinvenuto dopo lo tsunami che si vede nelle prime scene. Esso fornisce la chiave di lettura del documentario, dato che Sakamoto stesso poi spiegherà perché un pianoforte non intonato sia quasi da preferire ad uno accordato. Il piano è anche il leitmotiv del documentario, che ha una struttura circolare in cui il terremoto del 2011 sembra costituire allo stesso tempo la fine e l’inizio di qualsiasi cosa, dalla carriera di Sakamoto al Giappone stesso. Dopo Fukushima, nulla potrà mai essere come prima, così come dopo Hiroshima e Nagasaki il Giappone (e il mondo) entrò in una nuova era, in cui l’uomo – dice Sakamoto – aveva il potere provocare la sua stessa estinzione. Eppure il ritratto di Sakamoto che emerge dal documentario non è quella di un uomo catastrofista e depresso, ma di un artista alla continua ricerca del bello, di un amante instancabile della natura, dell’umanità e della vita, tanto da essere riuscito a tornare a comporre dopo aver scoperto di avere un tumore.

Voto: 8

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