Chiamami col tuo nome

locandina-8

Call me by your name – Italia/Francia/Brasile/USA 2018

drammatico/queer – 132′

Scritto da Erika Sdravato (fonte immagine: mymovies.it)

Siamo nel 1983, tra le province della bassa padana. La famiglia di Elio Perlman, un diciassettenne italoamericano di origine ebraica, ospita Oliver, uno studente ventiquattrenne che sta lavorando al dottorato con il padre di Elio, docente universitario.

 

Chiamami col tuo nome, basato sul famoso romanzo di André Aciman, vede come protagonisti due ragazzi dalle caratterizzazioni fisiche e da interessi diversi, Elio ed Oliver – interpretati in modo a dir poco sbalorditivo da Timothée Chalamet e Armie Hammer: il primo appassionato di musica, moro, esile, acerbo, pallido, genuino; il secondo più posato, statuario, pragmatico, saggio, a tratti misterioso, bello da togliere il fiato.

Il loro tempo insieme ha una scadenza: sei settimane. Questo breve ma intenso periodo vedrà la nascita di un sentimento vero, disinvolto e quanto mai realistico, che cambierà profondamente le loro vite.

Il loro incontro (all’inizio scontro) e il dipanarsi della storia si svolge in un’abitazione di campagna, un’enorme villa settecentesca dagli arredi aristocratici immersa nel verde dei frutteti: in un contesto bucolico in cui i contadini parlano un linguaggio dialettale e i docenti universitari si esprimono senza cadenze linguistiche (a sottolineare immediatamente la convivenza di elementi e persone distanti e al tempo stesso vicine tra loro), i proprietari, ovvero i genitori di Elio, appartengono alla benemerita e inconsueta classe di intellettuali dalle ampie vedute e zero tabù, di quelli che parlano di sesso col figlio mentre imburrano fette di pane a colazione e che organizzano cene con coppie di amici politically incorrect o dichiaratamente omosessuali (dando luogo ad anacronismi quasi poco credibili per una vicenda ambientata negli anni ’80, se confrontati con il bigottismo che ancora caratterizza l’italietta di oggi).

In questo racconto di formazione, con protagonisti un adolescente alle prese con la scoperta della sua identità e un giovane uomo affascinante e colto, tanti i bellissimi quadri filmici che scorrono davanti agli occhi. La campagna del cremasco i peschi carichi di frutta l’acqua fresca in cui tuffarsi in continuazione i pantaloncini corti e le camicie sempre aperte le corse in bicicletta fino a cadere a terra i pomeriggi incollati al materasso a leggere la musica meravigliosa e instancabile del pianoforte i piedi nudi sull’erba i suoni e i ritmi della natura: tutto così aggraziato, dolce e lento. Ogni cosa segue il ritmo dell’estate, un ozioso intervallo dell’anno in cui il tempo sembra fermarsi e in cui una calda giornata ne scandisce altre.

Si diceva: tutto così delicato e spontaneo, carezzevole e soave, nell’ultimo film di Luca Guadagnino. Ma solo nella prima parte del lungometraggio. Poi subentra la passione, l’ardore, la paura e l’insicurezza che contraddistingue qualsiasi primo grande amore. E infine il dolore.

Se non fosse per un certo superfluo discorso paterno sul finale (chi scrive avrebbe preferito arrivare alle medesime conclusioni messe in bocca al personaggio del bravo Michael Stuhlbarg, senza sentirne la lectio vitae ritagliata ad hoc nel momento più buio del protagonista) e di alcuni bruschi cambi di sequenza con annesso taglio musicale, sarebbe un’opera “perfetta”. Ma di una perfezione falsa, patinata, così tanto ricercata da essere noiosa e, peggio ancora, sterile.

Molte le cornici estatiche – come quelle in cui i due protagonisti prendono il sole a bordo vasca o in cui ballano in piazza – così come quelle più eroticamente esplicite e spinte – una su tutte, quella che diventerà famosa come la “scena della pesca” (vedere per “snocciolare” la questione, in tutti i sensi).

Guadagnino è un maestro a cui guardare, d’ora in poi più che mai, con riconoscenza: la sua più grande forza sta proprio nell’aver abilmente saputo combinare apparenti dicotomie, senza forzature o ipocrisie. Il regista, qui, ha avuto la piena abilità di rappresentare struggenti attese, ha fatto rivivere prime volte attraverso la creazione di un rapporto d’amore e amicizia universale, ha miscelato cultura alta e pulsioni “basse” con una naturalezza e un realismo quasi documentaristico. Ed è stato in grado, impeccabilmente, di accostare la dualità rendendola unicum, unicità. Questo perché la sua opera dimostra come, per raggiungere la vera pienezza, la bellezza più totale, è necessario che si verifichi la coesistenza degli estremi: Elio diventa e si completa con Oliver e viceversa (da qui, molto probabilmente, il significato del titolo e la presenza del primo nome nell’altro).

Questo film è fuor di dubbio una nostalgica e meravigliosa poesia su grande schermo: celebra l’amore, quello che non ha età, genere, nazione, fine, nome. Quello che fa sorridere, titubare, piangere, unire, desiderare. Quello, insomma, che si ricorda e che non si deve mai smettere di cercare. Di qualsiasi natura esso sia.

 

 

Voto: 9

 

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