Almas en juego

almas en juegoItalia 2013 – di Ilaria Jovine – documentario/biografico/sentimentale/drammatico – 60′Scritto da Alessandro Giovannini (fonte immagine: ownair.com)

Storia d’amore sui generis: Diana, colombiana, ha un passato da donna sposata con un marito violento e drogato da cui si separa rimanendo con il piccolo figlio Nicolas a carico. Nicola, romano, è reduce da un tormentato rapporto con una prostituta che l’ha umanamente esaurito. Conosciutisi in chat, i due si innamorano, ed il sogno impossibile di una vita serena si concretizza quando Nicola si licenzia e lascia tutto per partire alla volta del Sud America per incontrare Diana e stare a vivere con lei. La precarietà lavorativa poi porta tutta la nuova famiglia a trasferirsi in Italia, dove tuttora risiede, nella campagna laziale.

Il documentario di Ilaria Jovine è articolato in due lunghe interviste, una a lui e una lei, più un ruolo di “commento” dato dal piccolo Nicolas che legge brani della favola di Pinocchio. Inizialmente, agli occhi di uno spettatore che non sa nulla del film, il montaggio parallelo tra le due interviste può suggerire che i due siano una coppia che si è lasciata per una serie di motivi; dopo pochi minuti si intuisce invece che i due stanno raccontando le av- venture sentimentali disastrose precedenti al reciproco incontro, grazie al quale la loro problematica vita sentimentale ha finalmente raggiunto un equilibrio. Gli spezzoni di intervita sono intervallati, oltre che dai già citati brani letti da Nicolas in voice over (benchè lui sia in campo durante tali intervalli), sia da parentesi musicali che attingono al folk ispanico.

La fotografia e la messinscena sono inquietanti ed essenziali nella prima parte, per farsi poi più luminose e in campi più larghi man mano che il racconto si scoglie nel congiungimento dei due innamorati. Verso la fine del documentario i toni tornano sottilmente ambigui ed i colori freddi, specchio di un’incertezza sul futuro che, tolta la consolidata dimensioen sentimentale, rimane tutta economica. La scelta registica di Jovine è molto pre- cisa: il suo occhio filantropico decide, in un’epoca di discussioni sociali su grande finanza, capitalismo e globalizzazione – argomenti su cui il documentario recente si è rivolto in modo particolare, come le inchieste di Michael Moore o il celebre The Corporation di Jennifer Abbott e Mark Achbar – di dedicarsi alla presentazione di due persone qualunque, di una qualunque storia d’amore, certo un po’ particolare per alcuni elementi, primo tra tutti la distanza geografica; in questo senso il film rappresenta una visione assolutamente ottimistica della tecnologia, in grado di avvicinare le persone fino a cambiarne completamente la vita, in meglio: altro che allar- mismi sul rischio di isolamento indotto dalla Rete, su cui ancora oggi insistono alcuni mass media e persino alcuni film. La scelta del soggetto è anche il limite del film: difficile consigliarlo a priori; necessita di spettatori interessati a storie reali insolite e interessati ad assistere ad una storia d’amore tra due persone. Il film è sostanzialmente questo, prendere o lasciare. L’idea registica per cui basti questo ad interessare una platea è commovente nel suo smisurato (ingenuo) amore per l’essere umano nella dignità di ogni suo singolo esemplare.

Voto: 7

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