I Segreti di Brokeback Mountain

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Brokeback Mountain – USA/Canada – 2006 – di Ang Lee

drammatico/queer -134′

Scritto da Stefano Oddi (fonte immagine: aforismi.meglio.it)

Wyoming, estate del 1967. Ennis Del Mar e Jack Twist, due giovanotti in cerca di lavoro, vengono assunti per pascolare pecore sulle vette del Brokeback. A poco a poco, l’amicizia evolve in un sentimento più profondo che, una notte in tenda, esplode in un rapporto fisico. Da allora, i due giovani si lasciano andare a quell’amore privo di questioni e di tempo. Finita la stagione, proseguono le loro vite, si sposano, hanno figli ma non smettono di coltivare in segreto la propria relazione.

Su uno sfondo appena sfocato, Ennis del Mar si deterge il corpo nudo con l’acqua di una brocca. Indossa solo un cappello. Poco più tardi, Jack Twist lava i suoi vestiti alla foce di un torrente fangoso. Accucciato, di schiena, con i soli stivali indosso.

Parte della riflessione cinematografica di Ang Lee si sintetizza in queste due brevissime scene. Il più eclettico e intransigente regista della sua generazione dichiara, in poco meno di venti secondi, la sua volontà di revisione del genere americano per eccellenza: il western. Dei vecchi cowboy senza paura non restano che i calchi: due giovani corpi nudi, aderenti l’uno all’altro.

Il cappello e gli stivali, come la fisarmonica e il bivacco, costituiscono i frammenti di un genere che da tempo ha superato il viale del tramonto, le tracce malinconiche di un relitto in via di estinzione. Il film di Lee, almeno nella prima parte, si pone l’obbiettivo di rivisitarlo per strapparlo da questa  inevitabile fine. Svaniscono i banditi, la frontiera, i saloon. Resta solo la natura incontaminata e selvaggia dei monti del Big Horn, stupendamente fotografata da Rodrigo Prieto. Un microcosmo a sé stante, svincolato dalle contingenze umane, una sorta di bucolico universo estraneo allo scorrere del tempo, una fragile ancora di salvataggio in cui l’amicizia virile del western può finalmente sfociare nella sublimazione fisica spesso vagheggiata da Ford e Hawks, ora mostrata senza la necessità di aggirare una soffocante censura.

La seconda parte del film segue le ordinarie vite dei protagonisti che trovano squarci di serenità e pace solo nei brevi soggiorni sulle montagne, unico territorio in cui il loro amore risulta possibile, unico rifugio da un mondo ostile e omofobo, luogo del cuore più che spazio fisico reale. Il montaggio alternato che spezza con violenza le scene e la potenza della musica di Gustavo Santaolalla contribuiscono a concretizzare visivamente “il senso del tempo che vola via”.

Mica sono un finocchio

Neanch’io, mai capitato prima. Riguarda solo noi!

Questo il rapido dialogo tra Jack ed Ennis in Gente del Wyoming, il racconto di Annie Proulx che ha plasmato la sceneggiatura di Larry Mc- Murtry e Diana Ossana – in un’opera di adattamento estremamente fedele, capace di conservare la prosa cruda, scarna ed estremamente concreta della scrittrice statunitense.

Un brevissimo scambio di battute, presente anche nel film, che riassume l’altro grande obbiettivo di Lee: riformulare i canoni del romance, il tradizionale dramma romantico, trasformare le canoniche (e ripetitive) situazioni amorose del cinema americano in qualcosa di superiore, eterno, inattaccabile.

In questo senso, il sentimento che lega Ennis e Jack trascende l’universale dicotomia uomo-donna e non lo fa delineando -in modo banale- un legame omosessuale ma semplicemente uno asessuato, svincolato cioè non dal sesso ma dalla connotazione di genere (maschio o femmina). Il loro si trasforma in un contatto quintessenziale tra due corpi, due essenze. Qualcosa che insomma non si cura delle determinazioni sessuali ma sublima in modo perfetto “the greatness of love itself” (come dichiara proprio il regista in occasione della consegna dell’Oscar).

Impossibile non citare, infine, le prestazioni davvero straordinarie dei due protagonisti, Jake Gyllenhall e Heath Ledger. Il primo impeccabile nella resa di un dolore coraggioso e aperto, mai celato, vivido; il secondo, meraviglioso interprete di una sofferenza muta e penetrante che esplode in scene di intensità rara: quella dell’ultimo lacerante incontro tra le amate montagne e il finale di bellezza tragica e disarmante.

Un capolavoro da recuperare, dunque. Una meravigliosa requisitoria contro il pregiudizio. Un inno all’amore, inteso nel suo senso più spoglio e universale. Un punto di svolta fondamentale per il cinema del nuovo millennio. Un film revisionista che dimostra ancora una volta come solo attraverso uno sguardo esterno ed oggettivo (e quale se non quello di Ang Lee, taiwanese americano?) Hollywood possa rinnovare le minacciose sclerosi della propria tradizione.

Voto: 10

 

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