La testimonianza

la testimonianzaThe Testament – Austria/Israele 2017 – di Amichai Greenberg – drammatico/storico – 88′Scritto da Elena Rimondo (fonte immagine: imdb.com)

Yoel, un ricercatore figlio di sopravvissuti alla Shoah, è disposto a tutto pur d’impedire una speculazione edilizia nel villaggio austriaco di Lendsdorf, in Austria. Nel terreno su cui hanno messo gli occhi dei ricchi industriali, infatti, sarebbero sepolti i corpi di duecento ebrei uccisi poco prima dell’arrivo dei russi. La ricerca della verità porta Yoel a scontrarsi non solo con il negazionismo imperante, ma anche con la scoperta delle proprie origini.

Ogni anno, in occasione della Giornata della Memoria, escono puntualmente film sulla Shoah, vista e raccontata dai punti di vista più disparati. Il nobile scopo di tramandare la memoria di quel che è successo, però, non sempre fa necessariamente di tali film dei capolavori. Alla difficoltà di trattare un soggetto dall’atrocità incommensurabile, si è aggiunto, negli ultimi anni, un altro scoglio, ovvero la necessità di dire qualcosa di nuovo sulla vicenda, o perlomeno di dirlo in maniera diversa. Non tutti ci riescono, ma tra chi c’è riuscito possiamo annoverare Amichai Greenberg con il suo La testimonianza.

Figlio di sopravvissuti egli stesso, l’israeliano Greenberg ha deciso di raccontare una storia ispirata ad un fatto reale. Per il massacro di Lendsdorf, Greenberg si è basato infatti sulla vicenda poco conosciuta dello sterminio di Rechnitz, veramente avvenuto in Austria nel marzo 1945, con l’unica differenza che, nella realtà, la fossa comune non fu mai trovata. Se il film si conclude con una sorta di “lieto fine” (“lieto” soltanto perché gli sforzi di Yoel vengono ricompensati), è grazie alla testardaggine del protagonista, il quale, da vero ricercatore, non getta la spugna nemmeno di fronte agli ostacoli più insormontabili. Il film trae quindi la sua forza dal legame molto forte sia tra la biografia del regista e quella di Yoel, sia tra la vicenda narrata e il fatto reale cui s’ispira. In altre parole, se il film è così ben riuscito è perché Greenberg ha parlato di qualcosa che non solo conosce molto bene, ma che fa parte della sua identità, pur non avendo fatto esperienza diretta della Shoah, esattamente come Yoel. In qualità di storico, il protagonista aspira a ricostruire i fatti per amore della verità, come sostiene in una intervista televisiva, illudendosi di non essere influenzato in alcun modo dalle proprie origini. Quando scopre la verità sulla sua storia personale, Yoel è costretto ad affrontare proprio questa questione, e da vero ricercatore decide di essere fedele fino in fondo alla verità. Ancor più complessa, invece, è la questione di che cosa sia veramente l’identità, specialmente nel caso del popolo ebraico. Anche in questo caso, Yoel sceglie la verità, anche se ciò comporta la rottura con gli altri famigliari e dover ricostruire la propria identità a partire da pochi elementi.

L’originalità del film, quindi, sta soprattutto nella scelta di affrontare la Shoah da un punto di vista che diventa insolito nel corso del film. Apparentemente, si tratta di una sorta di thriller, il che è già di per sé inusuale quando il soggetto è lo sterminio degli ebrei. Alle faticose ricerche di Yoel ci sia appassiona sempre più, tanto che, più che uno studioso, Yoel è costretto a diventare quasi un commissario alle prese con un cold case. Due elementi fondamentali distinguono però La testimonianza da un giallo qualsiasi, ovvero l’indignazione e la denuncia. Il negazionismo non è solo la tendenza di alcuni storici a riscrivere la storia omettendo fatti indubbiamente avvenuti, ma una cancro che ha intaccato tutta la società e che non cessa di espandersi. I testimoni hanno tutt’oggi paura di parlare perché si sentono ancora in pericolo, ma mentre il numero dei sopravvissuti cala, rendendo la trasmissione della memoria sempre più difficile, il numero dei nostalgici, dei negazionisti e dei potenziali carnefici aumenta sempre più. Il film di Greenberg s’interroga non solo sull’identità ebraica, ma anche sull’identità dei responsabili, come a suggerire che la piaga dell’antisemitismo è più estesa e camaleontica di quel che si pensi. Un’altra questione che il film solleva è come conservare la memoria per i posteri, dato che le testimonianze assumono un valore se c’è qualcuno in grado di utilizzarle. Il moltiplicarsi dei musei dedicati, poi, potrebbe nascondere un mea culpa molto superficiale e non coincidere con una reale presa di coscienza.

Infine, anche lo stile, asciutto ed essenziale, rende il film di Greenberg difficilmente assimilabile ad un giallo. Allo stesso tempo, la totale assenza di documenti d’epoca o anche solo di flashback fa sì che La testimonianza sia davvero un film insolito sulla Shoah. Nonostante l’ambientazione del tutto contemporanea, il peso del passato è avvertibile quasi in ogni fotogramma e dialogo, anche perché le testimonianze mostrate nel film sono quelle degli abitanti reali di Rechnitz raccolte da Eduard Erne e Margareta Heinrich per il documentario 1994 Totschweigen (Wall of Silence).

Voto: 9

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