Cloud Atlas

cloud atlasGermania/USA/Hong Kong/Singapore 2012 – di Tom Tykwer/Lana Wachowksi/Andy Wachowski – fantascienza/fantastico/fiabesco – 172′Scritto da Alessandro Giovannini (fonte immagine: imdb.com)

6 epoche diverse, 6 storie diverse: nel 1849 un avvocato di San Francisco simpatizza con uno schiavo negro clandestinamente penetrato su una nave per fuggire da una colonia del Pacifico; un compositore scozzese omosessuale negli anni ’30 del Novecento presta servizio come assistente nella magione di un anziano musicista, aiutandolo a comporre, ed in questo frangente inizia a concepire l’opera musicale perfetta: Cloud Atlas; nel 1973 una giornalista si imbatte in un anziano professore che le rivela verità scomode su esperimenti nucleari non autorizzati; nel 2012 uno scapestrato editore inglese decide di pubblicare lo scrittore sbagliato, ritrovandosi indebitato fino al collo e rinchiuso in una pensione per anziani dalla quale sembra impossibile fuggire; nel 2144 a Neo-Seoul, la commessa di una tavola calda scopre la propria natura di prodotto biotecnologico e si unisce alla causa di un gruppo di ribelli; nel 2300 post-apocalittico una comunità di umani ridotti al primitivismo tecnologico accoglie con sospetto l’arrivo di una nave dall’Oceano, dalla quale sbarca una misteriosa individua dagli altrettanto misteriosi propositi.

Cloud Atlas è una produzione tedesca (la più costosa della storia di quel paese), ma nella forma e nella sostanza rimane profondamente americano; i tre registi (il tedesco Tom Tykwer, venuto alla ribalta con il film Lola corre, più i famosissimi fratelli Andy e Lana Wachowski) si sono spartiti i vari episodi del film (ai fratelli i due episodi futuristici più quello coloniale, gli altri a Tykwer), che hanno scritto tutti assieme. Inutile dire che l’estetica di Neo-Seoul è molto simile alla città delle macchine vista nella saga di The Matrix, nonché fortemente influenzata dalla megalopoli di Blade Runner. L’episodio post-apocalittico è un incrocio fra Apocalypto e Il ritorno dello Jedi, mentre l’episodio coloniale riporta alla mente Amistad di Spielberg. Il segmento dell’editore inglese, particolarmente comico, è un omaggio alle commedie british, il frammento anni ’70 sembra anch’esso rifarsi al cinema inglese d’azione di quel decennio (magari una di quelle pellicole con Michael Caine); l’episodio più fresco sembra essere quello che rappresenta il fulcro della narrazione, cioè quello del compositore omosessuale.

Se analizzati separatamente i vari segmenti non sembrano nulla di particolarmente originale, la novità dell’operazione sta proprio nel loro essere messi insieme; guardando Cloud Atlas si ha l’impressione di fare un viaggio nella storia del cinema, spaziando fra generi diversissimi, fra Europa e Stati Uniti, fra realismo poetico e cinema narrativo, con la volontà di realizzare un film totale, ambizioso quanto il viaggio interstellare di 2001: Odissea nello spazio o intertemporale come The Tree of Life; oppure il titanismo visivo – e questo sì molto tedesco – di un Herzog e di un Lang del periodo teutonico, o l’epica umana di un Reitz. Ma non sfugga il debito principale dell’operazione, prepotentemente made in USA: inevitabilmente il cinema americano passa per Griffith, e Cloud Atlas in particolare non può che rimandare a Intolerance, compimento del cinema narrativo nonché trionfo del montaggio parallelo, dettami a cui ci si attiene fedelmente in questa pellicola, che peraltro sembra riprendere anche la tematica del film del maestro americano: il tema dell’intolleranza e dell’oppressione è presente in tutti gli episodi di Cloud Atlas (razzismo di epoca coloniale, antisemitismo e condanna dell’omosessualità negli anni ’30, lobby senza scrupoli che mettono a tacere i mezzi di informazione negli anni ’70, odi parentali nell’era contemporanea, nuove forme di schiavitù nel prossimo futuro, homo homini lupus nel mondo post-apocalittico) e fa da filo conduttore fra le varie storie, affinché esse compongano un affresco unico sulla volontà di riscatto e di libertà dell’uomo di fronte a qualunque forma di controllo o sottomissione affrontata nel corso della storia. In questo senso il film è un inno liberale e progressista, un j’accuse contro tutti i totalitarismi, un’incitamento alla sollevazione, un grido di indignazione nei confronti dei soprusi dell’uomo sull’uomo, una preghiera laica (ma con un po’ di mistica new-age e teoria Jung-iana) ed un invito alla speranza. Il tutto confezionato nelle forme di un grande spettacolo, con cambi di registro da un episodio all’altro e una divertente parata di star che si ripropongono nei vari episodi assumendo ogni volta nuove identità e rendendo la visione una sorpresa continua, che va ad abolire la noia nonostante le quasi tre ore di durata.

Il film richiede in fondo solo una cosa: abbandonare il tentativo di un’organizzazione logica e razionalmente serrata degli eventi, e lasciarsi trasportare dalla magia del cinema. Solo così sarà possibile allo spettatore dimenticarsi della banalità di alcuni dialoghi, della scontatezza dello svolgimento di molti episodi, del senso di deja-vu che inevitabilmente si paleserà in più momenti, delle velleità autocitazioniste degli autori, insomma della mediocrità degli episodi presi singolarmente, per godersi la potenza espressiva del tutto.

Voto: 7

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