Atto Di Difesa – Nelson Mandela E Il Processo Rivonia

atto di difesaBram Fischer – Sud Africa/Olanda 2017 – di Jean van de Velde – biografico/storico – 121′Scritto da Alessandro Pascale (fonte immagine: imdb.com)

Sudafrica, 1963. È ancora pienamente in vigore l’apartheid, ossia la segregazione razziale, in tutto il Paese. Il film racconta il processo svolto contro il Comitato Centrale del Partito Comunista Sudafricano che progettava l’avvio di una rivoluzione armata contro il regime fascista e razzista. Bollati come terroristi e arrestati in blocco dalla polizia, i membri del Comitato Centrale, tra questi il leader Nelson Mandela, sono stati difesi dall’avvocato Bram Fischer, all’epoca rinomato avvocato ma soprattutto Presidente del Partito Comunista Sudafricano in incognito, in quanto il comunismo era stato messo anni prima fuorilegge come ideologia eversiva per l’ordine vigente imposto con la forza alla popolazione locale.

Atto di difesa – Nelson Mandela e il processo Rivonia è uno dei film più importanti degli ultimi anni. Non tanto per ragioni stilistiche e artistiche, sia chiaro, sulle quali comunque va spesa qualche considerazione: il regista Jean Van de Velde sviluppa una narrazione lineare e completa, carica di approfondimento psicologico e umano, pur non lesinando, con taglio pedagogico e valoriale, nel mostrare alcuni momenti particolarmente toccanti e simbolici della virtù dei protagonisti. La scelta principale, e più spiazzante, è di concentrare l’attenzione non tanto sul personaggio di Nelson Mandela, che compare solo di striscio nei momenti politicamente più rilevanti, quanto piuttosto sul suo avvocato e compagno di Partito Bram Fischer (non a caso il titolo originale del film è Bram Fischer), personaggio più problematico umanamente ma altrettanto fermo eticamente e politicamente. La scelta del soggetto sposta la scenografia dalle tetre celle di isolamento in cui sono rinchiusi i prigionieri ai quartieri riservati ai bianchi in cui non esita ad intervenire e spadroneggiare la polizia fascista sudafricana, mostrando come l’assenza di uno stato di diritto non fosse riservata solo ai neri, ma anche ai bianchi non razzisti.

L’impostazione complessiva scelta dall’autore è quella di un neorealismo che non rinuncia ad una regia snella e vivace, con qualche passaggio lirico ben sottolineato da un certo virtuosismo che si riscontra anzitutto in un notevole gusto cromatico e fotografico. Il genere scelto rientra in un sapiente intreccio tra i filoni politico, drammatico e soprattutto “legal thriller”: la quasi totalità della seconda parte dell’opera si svolge infatti nella ricostruzione del processo in tribunale, con le varie testimonianze, le dichiarazioni politiche e le appassionate arringhe di denuncia di Fischer, le quali, se serviranno a scongiurare la condanna alla pena di morte agli imputati, faranno calare la mannaia della repressione anche sulla sua stessa persona, una volta scoperta la sua appartenenza comunista. Il trattamento riservatogli, da vero e proprio martire della causa, è sintomatico dell’odio profondo nutrito dalla classe dirigente padronale bianca verso un membro della loro stessa classe di appartenenza che ha deciso di “tradirli” per fare gli interessi degli sfruttati e degli oppressi.

Il grande valore che rende Atto di difesa – Nelson Mandela e il processo Rivonia un film eccezionale sta nel suo valore pedagogico e nella sua “educazione sentimentale”, con cui non solo riesce a ricollegare il senso di giustizia all’idea oggi in crisi di inclusività antirazzista, ma serve anche a chiarire una volta per tutte una serie di realtà scomode per l’Occidente “liberale”, spiegando il senso profondo delle ragioni dei comunisti a cui aderisce Nelson Mandela, per questo motivo bollato come “terrorista”. Da questo punto di vista è molto forte la scelta fatta da Jean Van de Velde, che non rinuncia a raccontare la Storia dal punto di vista degli oppressi, scontrandosi contro il revisionismo storico che ha cercato, dagli anni ’90 in poi, di cancellare l’immagine di un Nelson Mandela leader della lotta armata, di una Resistenza Partigiana guidata dai comunisti e supportata in ossequio all’internazionalismo proletario dall’Unione Sovietica (che non a caso Mandela ringraziò pubblicamente una volta uscito di prigione all’inizio degli anni ’90). È stata favorita un’immagine di Mandela come un “pacifista” non-violento che non trova riscontri nella realtà degli anni dell’apartheid, stagione che non consentiva la lotta pacifica. Solo dopo la morte di Mandela (2013) si è saputo che era membro organico del Partito Comunista, e non un semplice collaboratore come viene invece argomentato dallo stesso Fischer in tribunale, con un sapiente calcolo politico utile a concentrare la causa sulla questione della segregazione razziale e sull’oppressione di classe, piuttosto che su quella del reato di “anticomunismo” e terrorismo.

Un atto di intelligenza politica che ha contribuito nei decenni successivi a far crescere le simpatie internazionali attorno a Nelson Mandela e all’ANC, bollati come terroristi da USA e Gran Bretagna (ancora ai tempi di Reagan e Thatcher, in pieni anni ’80), ma diventati dei simboli della lotta per i diritti civili del ‘900 in tutto il mondo. Perfino dopo la fine dell’apartheid non era risultato conveniente per Mandela rivelare la sua passata appartenenza comunista, al fine di non sfavorire il necessario afflusso di capitali provenienti dall’estero e necessari per sviluppare economicamente il Paese. Ma questa è un’altra storia che c’entra poco con le vicende di questo film, che meriterebbe di esser fatto vedere in tutte le scuole per mostrare quali livelli di repressione e fascismo fossero ancora portati avanti nell’alveo del mondo “occidentale” e “liberale” nella seconda metà del ‘900, in un regime che ha cominciato a incrinarsi solo all’inizio degli anni ’90. Quando cioè Mandela aveva fatto quasi 30 anni di carcere e quando ormai nel frattempo Bram Fischer era morto da anni, dopo aver subito una spietata oppressione e una damnatio memoriae d’altri tempi da parte dello Stato fascista sudafricano. Che questo film possa servire a ricordarli, ad omaggiarli e a tenere vivi in ogni quartiere i valori umanisti che li hanno guidati in una lotta difficile, violenta, ma giusta per gli obiettivi che si prefiggeva.

Voto: 9

 

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