Miss Julie

miss julieNorvegia/UK/Francia/Irlanda 2014 – di Liv Ullmann – drammatico/sentimentale – 129′Scritto da Alessandro Giovannini (fonte immagine: imdb.com)

In una lussuosa villa nella campagna irlandese di metà 800, miss Julie, figlia del barone, si diverte a stuzzicare il servitore John, incurante delle proteste della compagna di quest’ultimo, la cuoca Kathleen. Quando la seduzione si compirà, le conseguenze saranno disastrose per tutti quanti.

Adattamento di un dramma di Strindberg, è la sesta prova di Liv Ullmann da regista, e si potrebbe facilmente dire che l’influenza di Ingmar Bergman aleggia indelebile sulla produzione, incentrata su un gioco al massacro tutto psicologico fra i tre protagonisti. Ma sarebbe anche ingiusto, poichè toglierebbe alla Ullmann le doti che dimostra di possedere – specie per quanto riguarda la direzione attoriale – mettendo in scena questo tesissimo kammerspiel in mano ad un cast infallibile con una menzione d’onore a Farrell, che a mio parere si riscatta da tanti ruoli insipidi che hanno costituito la sua carriera. Il testo è in grado di risultare attuale grazie ai temi affrontati, dallo sfruttamento dell’uomo sull’uomo in base alla classe sociale al moderno disequilibrio delle parti tra maschile e femminile, pur con qualche manichesimo (la purezza della cuoca, pia donna votata alla religione, opposta alla sregolata ferinità degli altri due personaggi). La scelta di girare tutto il film in poche stanze, con l’ambiente della cucina a costituire il set principale, conferisce un certo grado di claustrofobicità che ben si adatta allo spirito dell’opera. Meno convincente è la scelta di non svecchiare il testo, mantenedo quei tipici arzigogoli verbali che risultano del tutto antinaturalistici: si crea perciò una barriera tra testo e spettatore, che sarebbe stato opportuno limare un po’ ma che forse non si è osato fare per timor reverenziale. Peccato. Altro difetto è il non tentare mai nulla a livello linguistico, mantenendo le scelte di inquadratura e di montaggio ad un grado zero di manualistica di regia. Questo sottosfruttamento della macchina-cinema è forse il difetto principale dell’operazione, che porta a chiedersi il motivo della trasposizione. Forse l’intenzone era proprio quella di evitare di cadere in un modo Bergman-iano di messinscena, evitando preziosismi di sorta. Così facendo però, se si tralascia l’ottima fotografia, il risultato è che il film sia visivamente poco interessante, fatto abbastanza grave. Stando così le cose, perchè consigliarne la visione quando si può recuperare a teatro il testo originale?

Voto: 6

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