Posh

poshThe Riot Club – UK 2014 – di Lone Scherfig – thriller – 107′Scritto da Alessandro Giovannini (fonte immagine: imdb.com)

Il Riot Club, fondato nel 1776, è uno dei più prestigiosi ed esclusivi club universitari di Oxford; nulla trapela di ciò che accade al suo interno, ed i suoi avidi, ricchi ed arroganti membri si sentono superiori a qualunque ordine o legge.

Nuovo film della danese Lone Scherfig, il secondo che gira in lingua inglese dopo An Education; adattamento dell’omonima pièce teatrale firmata da Laura Wade, che ha anche scritto la sceneggiatura del film, Posh (che in slang significa “chic, snob”) coniuga l’abitudine della Scherfig alla commedia con una ficcante accusa ai meccanismi di sopraffazione dei più ricchi e potenti sui più poveri, ed offre un curioso spaccato sul mondo dei circoli universitari di alto livello che al cinema non si vedono quasi mai, anche perchè poco se ne sa: club esclusivi in cui non si entra senza un certo reddito, figli di ricchi uomini di stato o importanti imprenditori, insomma futuri quadri dirigenziali di un paese che tengon ofuori dal proprio microcosmo chiunque non ne sia all’altezza, se non intellettuale quantomeno economica (sebbene il Riot Club del film sia inventato, la sua creazione si basa una indagine condotta dalla Wade su quel mondo e su altri circoli di Oxford). Ed il desiderio di appartenere a questa cerchia ristretta ed eclusiva è il motivo che spinge Miles (Max Irons) a volervi entrare. E quando lo farà metterà in serio pericolo il suo rapporto con la neo-fidanzata e con la propria integrità personale.

Ciò che ha di negativo la sceneggiatura, o che comunque più ne tradisce l’origine teatrale, è la preponderanza temporale della sequenza della cena inaugurale del club: tutto il film è teso a quel lungo momento, in cui si tirano le somme ed i nodi vengono al pettine; è chiaramente l’apice del film sia in termini di recitazione che di montaggio, ma dispiace un po’ che a posteriori tutta la parte precedente sembra essere preparatoria a questo momento e non reggersi sulle proprie gambe in quanto a coinvolgimento.

Posso spiegarmi in un altro modo: il film poteva essere tutto ambientato tutto durante la cena, con qualche flashback che mostrava come si era arrivati a quel momento, tanto è importante quella sequenza rispetto al resto. Il suo perfetto confezionamento finisce insomma per depotenziare il resto del film che appare non poco curato, ma certamente meno ispirato e interessante, cinema di parola senza guizzi particolari. Tornando invece al momento clou, è perfetto il meccanismo di involuzione e svelamento dei membri del club, che da dandy altolocati che intonano God Save The Queen si rivelano essere contenitori dei peggiori istinti umani, in una bestialità distruttiva riflesso di un delirio di onnipotenza. Ulteriore instabilità è conferita dall’oscillazione grottesca con cui la regista bilancia questa esplosione drammatica di animalità con la figura tragicomica del proprietario del ristorante, prima canzonato e poi quasi annientato dai suoi ricchi clienti. Un mix che conferisce un che di grottesco al film e ne fa il suo punto di forza.

Insomma un insieme di umori che rendono Posh un film molto british (vedasi anche l’incipit che omaggia il Peter Greenaway de I misteri del giardino di Compton House) ed un obbiettivo centrato per la regista danese.

Voto: 7

 

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