Season Of The Devil

season of the devilAng Panahon ng Halimaw – Filippine 2018 – di Lav Diaz – musical – 234′Scritto da Enrico Cehovin (fonte immagine: imdb.com)

Continuare a ribadire il concetto di film fiume parlando di Lav Diaz, con i suoi film che durano 4, 8, 10 o 12 ore, è diventato ormai superfluo. Campi prevalentemente lunghi, bianco e nero, fasci di luce che filtrano tra le foglie della boscaglia, consistente numero di personaggi e uno sguardo sempre rivolto alla memoria storica del suo Paese, le Filippine, per trasportare e immergere lo spettatore nella dimensione da lui creata avvalendosi dell’ausilio di uno smisurato ammasso di tempo. Season Of The Devil non è diverso. È ambientato in un villaggio della giungla filippina oppresso da un gruppo della milizia facente capo al presidente Narciso nei tardi anni ’70. Varie storie si intrecciano: quella di un poeta che che cerca la moglie scomparsa, quella di una reietta a cui da oltre un anno sono spariti marito e figlio e quella di una dottoressa che cerca di aiutare i paesani opponendosi ai soprusi militari, mentre la milizia continua a mietere vittime e persone continuano a sparire.

Eppure in Season Of The Devil Lav Diaz aggiunge al suo cinema la componente musical, o meglio, antimusical, e la applica facendo uso della voce come strumento di espressione di un incolmabile dolore. Gli oppressi di Season Of The Devil cantano il patimento di un sopruso a cui non sono in grado di opporsi in una terra che tutto è fuorché paradiso e lo cantano solo con la voce in strofe che si ripetono più volte una uguale all’altra che aumentano il senso di ciclicità di un’infruttuosa ricerca sempre uguale a se stessa. Del resto è esattamente qui che Lav Diaz ci aveva lasciati nell’inquadratura finale di The Woman Who Left con la protagonista che camminava a vuoto in cerchio sui manifesti di un’amica scomparsa e mai ritrovata.

Ai canti più lamentosi delle vittime si contrappongono quelli dei soldati di cui certo il più emblematico è l’ossessivo ritornello che tutti finiscono per cantare, un “La La La” orecchiabile, attraente e malvagio, un coro in cui è inevitabile confluire, partecipare, uniformarsi. Narciso, dal lato suo, parla una lingua incomprensibile a chiunque (è infatti l’unica volutamente priva di sottotitoli), ma quello che dice lo dice con l’enfasi di un dittatore sul balcone, con la voce che riecheggia come in una piazza anche in un piccolo ambiente chiuso, e la sua voce – non le sue parole – trasvola ed accende i cuori dei suoi seguaci. Ed è proprio nella voce e nella luce che Lav Diaz vede venir meno l’integrità dell’essere umano che cede alla tentazione, esattamente come succede alla dottoressa che si concede ai soldati perdendo la definizione del confine tra bene e male, mescolando il bianco e il nero dei contorni nel fascio di luce che irrompe dalla finestra e seguendo vocalmente il canto dei carnefici che di lei stanno abusando nel “Talampunay Blues”, canto che deve non a caso il nome all’omonima pianta, nota anche come angel’s trumpet o devil’s trumpet, da cui può essere estratta una droga che ovviamente dà dipendenza.

Season Of The Devil è un lamento, un canto di dolore di 4 ore, senza accompagnamento, senza strumenti musicali. Ed è per questo che il tempo per Lav Diaz gioca un ruolo così fondamentale. Season Of The Devil immerge lo spettatore nell’interminabile attesa, nell’infinita ricerca di chi ha perso un proprio caro, fatto letteralmente sparire dal regime militare. Una ricerca straziante, statica e immobile come le inquadrature in cui Lav Diaz rinchiude i suoi personaggi, le sue vittime, il cui dolore più grande e incolmabile è proprio il non sapere quale fine abbia fatto il beneamato e ritrovarsi prima o poi solo con un nome destinato a dissolversi e un amore mai sbocciato.

Season Of The Devil è la lunghissima poesia che Lav Diaz dedica alle vittime dei genocidi della legge marziale, poesia fatta della stessa materia della poesia del poeta protagonista di Season Of The Devil stesso, definita dai servi del regime “inutile in un Paese ottuso”.

Voto: 8

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