Blackhat

blackhatUSA 2015 – di Michael Mann – azione/thriller – 133′Scritto da Alessandro Giovannini (fonte immagine: imdb.com)

Un attacco di cyber-terrorismo provoca l’esplosione di un reattore in una centrale nucleare di Hong Kong, e simultaneamente un rialzo esorbitante dell’indice MTE della borsa di Chicago che fa schizzare alle stelle il prezzo della soia. Il capitano Chen Dalai (Wang Leehom), ex studente del MIT incaricato dal governo cinese di far luce sulla vicenda, riconosce nel codice del malware una riscrittura di un codice da lui stesso scritto al tempo dei suoi studi in America, assieme al “blackhat” (in gergo, un hacker criminale) Nicholas Hataway (Chris Hemsworth) attualmente detenuto in un carcere statunitense. Stati Uniti e Cina si troveranno così a collaborare di fronte al nemico comune, e gli USA dovranno liberare il pericoloso prigioniero, unico in grado di far fronte alla misteriosa minaccia.

Gli USA hanno da qualche tempo puntato ad aprirsi verso il mercato asiatico come potenziale fonte di introiti per i blockbuster Hollywood-iani, basti pensare all’ultimo Transformers ambientato in buona parte in Cina. Il maestro del cinema d’azione Michael Mann ha colto anch’egli quest’opportunità, facendo ricorso per Blackhat a cast e ambientazione in buona parte cinesi. La forza del film è quindi l’attualità: non solo tematica (ai tempi d’oggi il cyber-terrorismo ed i crimini informatici sono quanto di più verosimile ci si possa aspettare da un thriller d’azione) ma anche produttiva e distributiva. Non si tratta cioè di una scelta criticabile e forzata di marketing, bensì di un’accorta presa di coscienza sul fatto che gli equilibri del mondo sono inesorabilmente cambiati, ed una cinematografia dinamica ed intelligente deve sapervisi adattare. L’operazione peraltro riesce perchè Mann non costruisce la sua sceneggiatura (scritta assieme a Morgan Davis Foehl) con l’ottica dell’omaggio al cinema hong kong-ese di arti marziali, poliziesco o neo-noir (non ci sono, infatti, nè echi di John Woo nè reminiscenze di Jonnie To) bensì attenendosi alla propria personale idea di cinema, parzialmente muscolare ma altresì attento alla non banalità dell’intreccio ed alla predilezione per una messinscena che preferisce la verosimiglianza alla spettacolarità inseguita ad ogni costo.

Forse è questo il motivo per cui Blackhat non ha incontrato il favore del grande pubblico negli Stati Uniti (oltre, ovviamente, alla sfortunata coincidenza di uscita nelle sale con la macchina da box office che è stata American Sniper); come già in Miami Vice, Mann opta spesso per un utilizzo di strumentazione “leggera”, agili macchine digitali a mano e scarso ricorso a VFX, con un effetto più sporco, grezzo rispetto a patinate e sfavillanti esplosioni da disaster movie. Camera a mano peraltro abusata fino all’esaurimento della pazienza spettatoriale, e questo è innegabilmente un difetto della produzione. Si può riscontrare qualche altra caduta in alcuni clichè narrativi (come la forzatissima romance che non ha semplicemente ragione d’esistere), o linee di dialogo tipicamente americane messe in bocca anche agli interpreti cinesi, con il risultato di far suonare alcune battute ir- rimediabilmente posticce.

Quando si concentra sull’action vero e proprio, Mann non sbaglia un colpo (anche grazie all’ottimo montaggio di Joe Walker, abituale collaboratore di Steve McQueen), regalando almeno un paio di scene memorabili: due agguati (uno della polizia, l’altro dei cattivi) al cardiopalma. Azzeccata anche la sequenza d’apertura, con un punto di vista impossibile interno ai circuiti dei computer che ci mostra l’avanzare del codice maligno come una “cavalcata cibernetica” alla conquista del potere informatico: come dire che le guerre odierne si combattono in primo luogo a colpi di tastiera.

Voto: 7

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