Senza nessuna pietà

senza nessuna pietàItalia 2014 – di Michele Alhaique – gangster – 95′Scritto da Alessandro Giovannini (fonte immagine: imdb.com)

Mimmo (Pierfrancesco Favino, ottimo) fa parte suo malgrado di una famiglia malavitosa. Dopo aver compiuto l’ennesima estorsione per conto dello zio (Ninetto Davoli), decide che non ne vuol più sapere: il suo ultimo incarico sarà quell odi semplice accompagnatore di una prostituta in casa del perverso cugino. Mimmo, salvando all’ultimo la ragazza dalle grinfie del parente, firmerà la propria condanna a morte.

Un mafia-movie ambientato a Roma con un gruppo di bravi attori, atmosfere ben lontane dalle immagini da cartolina turistica della capitale, trasformata invece in terra di nessuno quasi africana: questo l’esordio nel lungometraggio di Michele Alhaique, che dimostra buona padronanza del mezzo, se non nell’originalità dell’operazione, sicuramente nella messinscena efficace nel resittuire l’idea di un desti- no senza salvazione del protagonista, che per certi versi richiama Carlito’s Way. In realtà tutto il film è un concentrato di prestiti e citazioni da clssici del genere, tanto che si potrebbe malignamente etichettarlo come un concentrato di clichè dall’inventiva nulla.

In effetti i luoghi comuni del genere non mancano, anzi abbondano, ma stranamente non ce ne si lamenta mai molto in casi di equivalenti americani, quasi come a quelle produzioni si giustificasse la presenza di stereotipi narrativi per una supposta paternità artistica del genere (che tra l’altro, almeno per la componenete noir, è ingiustificata dato che il primo esempio in tal senso è il capolavoro Lang-iano M). Questo discorso non serve nè ad esaltare questo film, che ha effettivamente i difetti citati, nè a sparare sui film di genere americani, che ci hanno reagalato grandi capolavori: vuol solo essere un modo per mettere in chiaro il mio apprezzamento, pur senza entusiasmi particolari, per questo tipo di operazione nel nostro paese: i film di genere trovano sempre un pubblico, e l’importante è che siano fatti discretamente, che vi si veda insomma un certo impegno registico ed atto- riale. Se poi c’è anche la voglia di sperimentare a livello di scrittura o di linguaggio tanto meglio, ma non è questo il punto: l’importante è che questi film si facciano (o meglio, si tornino a fare) nel nostro paese, perchè sono spesso il pilastro fondamentale per la creazione di un’industria del cinema in un paese; sono necessari perchè formano competenze (registiche, tecniche, attoriali) e dar vita sia a capolavori di genere (pensiamo alla straordinaria influenza che ha avuto Dario Argento sul cinema americano, di genere e non, nei decenni successivi ai suoi film degli anni ’70) sia a figure autoriali in grado di esprimersi in altri generi. Il fatto che al TIFF e a Venezia questo film sia stato presentato assieme ad un altro film di genere, Anime nere, fa ben sperare che non si tratti di un caso isolato, bensì che in futuro altri progetti filmici di questo tipo trovino produttori nostrani interessati a produrli.

Detto questo, il film non è a mio parere esente da difetti a livello stilistico: la decisione registica di ricorrere spasmodicamente alla camera a mano con piani molto ravvicinati, se da una parte riesce a conferire un senso di oppressione claustrofobica, dall’altro rischia di essere fin troppo soffocante per lo spettatore e poco eccitante a livello visivo. Si tratta quindi di una scelta autoriale sicuramente consapevole e comprensibile, ma non ha in- contrato il mio gusto. La scelta di Pierfrancesco Favino si rivela invece il maggior pregio del film: il suo enorme, gonfio personaggio da gigante buono rimane scolpito nella memoria.

Voto: 6

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