Un sacchetto di biglie

un sacchetto di biglieUn san de billes – Francia/Canada/Repubblica Ceca 2017 – di Christian Duguay – drammatico – 110′Scritto da Sarah Panatta (fonte immagine: imdb.com)

Il regista di Belle e Sebastien firma un nuovo classico per grandi ragazzi

I fratelli Joffo giocano a biglie e ricordano, la loro incredibile vera storia, trasposta dal romanzo scritto nel 1973, la loro fuga negli anni ’40 della guerra agli sgoccioli e delle violenze più orribili, sventando da un’avventura all’altra lo sterminio e ritrovando la famiglia perduta.

Non si può più giocare. Neanche parlare in guerra. Ma si può essere liberi, nella fuga. Nella paura sono tutti uguali. Le mele del prete, la parentesi sulla riva del mare, il campo per ragazzi “diversi”, gli interrogatori e le identità clandestine, il sindaco razzista, la solidarietà imprevista. Nel groviglio delle fedi, delle verità, delle possibilità. In fuga dentro e verso uno, nessuno, centomila. Razzismi, ipocrisie, in-differenze. Ma anche amore. In Un sacchetto di biglie.

Dal regista di Belle e Sebastien, un romanzo di formazione, un romanzo d’appendice, una lezione etica vestita da fiaba d’oltralpe, fatta di gesti semplici e di confronti umani, dalla storia vera dei fratelli Joffo che sopravvissero per vie rocambolesche e tenacia esemplare, allo sterminio dell’Olocausto, anche se non indenni dagli orrori dagli opportunismi e dai piccoli grandi drammi quotidiani, durante gli ultimi mesi della seconda guerra mondiale. Il regista canadese, avvezzo alla pulita ed edificante coerenza dei grandi affreschi narrativi confezionati per la tv e reduce dal successo dell’ultimo lungometraggio, torna al racconto picaresco, al viaggio dell’eroe che si scopre tale, che si scopre uomo, fragile, contraddittorio, impuro, incerto, imprevedibile. Il regista ricostruisce con empatia e dolcezza, sempre sul ciglio, di quella strada percorsa dai due incredibili fratelli protagonisti e di quel buonismo monocorde e colloso che spesso avvolge simili operazioni.

Christian Duguay racconta con garbo e stupore l’avventura ai limite del credibile, cinematografica già nella sua natura ed essenza, la fuga di due giovani fratelli di origini ebrea, attraverso la Francia occupata dai nazisti. Joseph (Dorian Le Clech) e Maurice (Batyste Fleurial) sono figli di un onesto e integro barbiere e si sfidano a biglie nelle pause tra la scuola e le faccende domestiche nell’alveo di una famiglia serena, quasi una pubblicità del benessere europeo che sarebbe stato, un giorno, dopo che le maschere come le carte da parati, i sorrisi vuoti come le identità intime, l’innocenza come la speranza, fossero state strappate dagli artigli abominevoli e autodistruttivi della guerra, pronti perennemente ad esplodere nelle viscere della cosiddetta distorta civiltà. E’ una guerra uomo contro uomo, fatta di razzismi idioti quella che combattono ogni giorno i due, scappando da Parigi ai paesini di montagna, dai campi per giovani ribelli ai mercati (neri), abbracciando compagni di resistenza e amici leali. Imparando che ognuno è tutti, parte infinitesima ed eguale del tutto, dove non si dovrebbe distinguere tra arabi e bianchi, ebrei e ariani, collaborazionisti e partigiani, sommersi e salvati, vinti e perduti o sconfitti.

Epica soave e densa quella di Jo e Maurice, piccoli uomini da blockbuster ma anche da inevitabili reali emozioni. Da un vecchio classico stampato ad un nuovo classico, tra cinema e tv.

Voto: 8

 

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