Unsane

unsaneUSA 2018 – di Steven Soderbergh – horror/thriller – 98′Scritto da Enrico Cehovin (fonte immagine: imdb.com)

È ormai da anni che Steven Soderbergh porta avanti una sua personalissima campagna di revisione dei generi, con occhio particolarmente attento al thriller.

Che sia il thriller d’azione privato della spettacolarità in Knockout – Resa dei conti, o il gettonatissimo filone delle epidemie dove non si guarda alle catastrofiche conseguenze ma si va alla ricerca della microscopica origine in Contagion, fino a Logan Lucky, che rilegge il caper movie che lo stesso Soderbergh aveva rilanciato a inizio anni 2000 con la serie di Ocean’s Eleven.

Non un thriller qualsiasi quindi, bensì ogni volta una sottobranca specifica.

Unsane si concentra su quel filone a cui appartengono Repulsion, Rosemary’s Baby, L’inquilino del terzo piano, Flightplan, Gothika, Shutter Island e La cura del benessere, tutti titoli che sfruttano la presunta o meno insanità mentale del protagonista per creare un clima di sfiducia o un colpo di scena finale per lo spettatore. A differenza di questi Unsane annulla il dubbio o l’ambiguità nel sottogenere del thriller da manicomio costruendo un thriller estremamente lineare e per attuare la sua piccola rivoluzione Soderbergh adotta l’arma più elementare e allo stesso la più efficace possibile: la semplicità.

Sawyer (Claire Foy) è una giovane donna che viene presa di mira da uno stalker, David (Joshua Leonard). David trova il modo di farla internare nel manicomio dove lavora come infermiere. Nessun dubbio, nessuna perplessità. Ciò che vediamo, ciò che viene presentato ai nostri occhi è reale. Nessun fraintendimento. A rendere questa operazione tanto originale è proprio la scelta del mezzo con cui raccontarla. Per girare Unsane Soderbergh filma tutto con un iPhone. Non un found footage, non un finto filmato spacciato per vero: molto semplicemente utilizzando la videocamera dell’iPhone come una qualsiasi macchina da presa.

Il video del cellulare è il linguaggio della verità. Nessuno mette in dubbio la veridicità di un filmato da cellulare, non c’è correzione, non c’è manomissione. Ed è per questo che all’interno della narrazione stessa l’autenticità dell’informazione passata attraverso il cellulare non viene mai messa in discussione, né nell’emissione né nella ricezione: i messaggi dello stalker non vengono presi come uno scherzo ma come una minaccia anche se sono effettivamente un pericolo per il destinatario ma anche una genuina dichiarazione d’amore del mittente. Squilibrata ma genuina. Allo stesso modo le telefonate della protagonista alla madre non sono messe in discussione o sminuite ma accolte immediatamente come una disperata richiesta d’aiuto.

Perfino l’unica parentesi fuori dal normale, la psichedelica visione di Sawyer in una sovrapposizione di immagini frutto di un incrocio tra Spike Lee e David Lynch, viene giustificata nella scena immediatamente precedente dove vediamo inequivocabilmente David aggiungere deliberatamente una pillola non prevista tra quelle che Sawyer deve ingerire come cura. Lo smartphone è quindi lo strumento con cui annullare l’ambiguità depalmiana dell’immagine.

In fondo Steven Soderbergh continua a sostenerlo già dal suo esordio che davanti alla videocamera l’essere umano si mette a nudo, smette di mentire e rivela la sua natura. Era il 1989, era Sesso, bugie e videotape.

Voto: 8

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