Nome di donna

nome di donnaItalia 2018 – di Marco Tullio Giordana – drammatico – 98′Scritto da Sarah Panatta (fonte immagine: imdb.com)

La “meglio inutilità” in uno spot anti violenza firmato Marco Tullio Giordana

Nina si trasferisce in campagna e va a fare la serva in una casa di riposo extra lusso per anziani chic per mantenere sé e la figlia piccola e restare indipendente. Ma subisce come altre colleghe le molestie del dirigente e tra soprusi, silenzi e battaglie legali cercherà di far valere a duro prezzo i propri diritti, di donna e di essere umano.

Mani di gomma nella patta dei pantaloni. Attese vestite di uniformi pastello, dietro una porta chiusa. Sguardi abbassati sui tavoli di una mensa misera. Dignità violata tra le stanze di vecchi annoiati e gioie perdute.

Nome di donna. L’ultimo film, “spot” rosa, di Marco Tullio Giordana. Come i suoi personaggi Giordana deve destreggiare e trasporre la sceneggiatura di Cristiana Mainardi tra grandi manovre politiche, un fitto autoalimentato sistema di favori mazzette e ricatti, sfidare la (sua, nostra) soglia di tolleranza, provare a restare nudo (senza farlo tuttavia) ed esporsi alla cruda realtà. In cui un possibile affresco sociale vivo di ambiguità e sfumature diventa la patinata pubblicità progresso in cui i personaggi (seppur sorretti da un cast solido e convincente) sono figurine accattivanti di una storia prevedibile. Fatta de “la meglio” inutilità.

La ragazza madre Nina che torna nella provincia di Milano aiutata dal solito prete di campagna (che conosce tutti i segreti ma non ne denuncia nessuno), si ambienta con facilità e umiltà nei panni del nuovo lavoro in una lussuosa dimora per anziani molto facoltosi, che annegano il loro passato favoloso e nebuloso in un rituale di servi e infermiere, pillole e passeggiate. Si trova subito contro la rinnovabilità incerta del suo contratto, le possibilità di indipendenza, la diffidenza, la paura e l’omertà delle colleghe assoggettate al sistema di molestie, minacce e terrorismi patriarcali dell’azienda. E contro il grande capo di quest’ultima, un uomo debole e stolto che “preda” le sue dipendenti una ad una con la complicità del suo vice, altro prete, borghese e ottuso manager. Nina si rivolge allora ad un gruppo di sostegno specializzato in casi di mobbing e molestie sul posto di lavoro e trascina tutti in tribunale, tra dolore, corruzioni, compromessi, capovolgimenti e tentativi di insabbiamento.

La sceneggiatura si fa carico del silenzio delle donne abusate nei diritti e nell’anima oltre che nel corpo e nella mente, dei numeri statistici, della sovrastruttura culturale ed economica che li continua a cullare, dell’ipocrisia distruttiva di un intero sistema, insomma del magma vibrante e ormai informe come massa incandescente latente nella crepa di un muro che non vuole crollare e che prende fuoco ogni tanto, per le periodiche ricorrenze. Per poi essere restaurato, da altrettante ipocrisie e leggi, ma di mercato e non di giustizia.
E in questo film “ricordevole” (come direbbe Eduardo) in sala l’8 marzo 2018 Giordana prende a sua volta atto delle intenzioni Mainardi, confezionate nelle immancabili quote rosa di Madre Rai & Co. e incastra tutto nell’icastica immobilità dei suoi dolly e delle sue panoramiche (televisivi quanto la fotografia ospedaliera regalata da Carpineta), che dell’alienazione e della precarietà, della lotta intima e di classe condotta dai personaggi costretti nel classico impasse dell’antieroe contemporaneo italiota sempre caro al regista, conservano solo un plumbeo de-ja-vu.

Tra finestre sul cortile e flash back sconnessi quanto scontati, Mainardi e Giordana affastellano simbolismi monodimensionali, mettendoli “in cassaforte” tra buonismi e non detti “insieme ai gettoni presenza” dell’oligarchia culturale stessa che li ha determinati producendo al contempo, con moto giustificatorio e sull’onda necessaria della par condicio, ormai ciclicamente e in quantità , simili scialbi, e soprattutto politicamente corretti, retorici manifesti sui diritti (femminili). Straight to video.

Voto: 6

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