Quello che non so di lei

quello che non so di leiFrancia/Belgio/Polonia 2017 – di Roman Polanski – drammatico/thriller – 100′Scritto da Sarah Panatta (fonte immagine: imdb.com)

Sapere tutto e fingersi, decalogo del proprio mestiere per un film di mestiere

Delphine è diventata in breve tempo una scrittrice di fama mondiale grazie al suo libro strappalacrime che è entrato in empatia con milioni di lettori. Eppure è tormentata dal famigerato blocco dello scrittore. Da cui non può divincolarsi sino a che non arriva Elle, disponibile e seducente amica nonostante sia una sconosciuta, che rapidamente si appropria della sua vita.

Quello che non sappiamo di Lei, di loro? Ben poco. Si vestono l’una dell’altra, ma differenze ed equivalenze diventano lampanti, indivisibili, subito. Roman vs Polanski, per un alimentare Eva contro Eva? Storia del film di un libro che deve essere scritto al posto di un altro libro, che forse sarà un film. Quello nascosto. Di chi? Chi è chi dietro la finestra segreta dei cuori di due donne avvinte in un’unica (ma quale) verità? Cul de sac del nuovo Polanski, che con maestria innegabile e quasi disturbante “rifà” se stesso e affini.

Il geniale autore iper nauta dei “generi” senza genere, da Per favore non mordermi sul collo a La nona porta, da Frantic a The Ghost Writer, che ha ridato natali con cinico umorismo al noir e non solo, addentrandosi tra mostruosità e misteri dell’animo umano e sue doppiezze, attratto dalle turbe identitarie e dai mascheramenti della società di massa (come il raffinato Assayas qui suo sceneggiatore) rieccita, ri-cita, rivive se stesso, i propri fantasmi di una vita sotto riflettori e fatta di riflessi, rimescolando le carte del suo cinema passato e prossimo, in un’operazione quasi depalmiana ma apparentemente annoiata, forse, in verità (ma quale?) un divertito sberleffo nei confronti dello spettatore. Polanski dirige l’adattamento cinematografico di D’après une Histoire Vraie di Delphine De Vigan nelle sale italiane con il titolo Quello che non so di lei.

Polanski confeziona il suo Misery non deve morire, accendendo di inquietudini già “viste” gli occhi morbosi e infuocati delle due protagoniste, due corpi per una sola dicotomica illusione. Perché di illusioni e false trappole racconta, come nel predecessore The Ghost Writer, traendo dal romanzo tutte le ossessioni e le simbologie che ingabbiano e spaventano Delphine (Emmanuelle Seigner) scrittrice assurta a improvvisa fama mondiale dopo aver scippato le memorie della propria famiglia e in particolare i drammi della propria madre e averli serviti in pasto alla fame del pubblico contemporaneo e ora affetta dal blocco dello scrittore che la vede trascinarsi stanca da una presentazione letteraria all’altra, oltraggiata dal fugace affetto dei fans. Finché arriva (donna sbagliata al momento giusto) la seducente Elle – Lei (Eva Green) che cerca di diventare rapidamente sua amica confidente e meritevole di fiducia, sostituendosi presto a lei-Delphine nei rapporti col pubblico, con gli editori, con i parenti, con il compagno. Lei-Elle è ovunque, è dirimpettaia, è dentro le mail, è confortevolmente all’angolo di strada ma è anche burattinaia dirompente che immediatamente si scopre come manipolatrice egoista di Delphine, che chiede attenzione unica e universale da lei, desiderando plasmarla mentre progressivamente diventa suo doppio.

Alter Ego, scambi, persecuzioni, trasformazioni e ancora illusioni. Colpi di scena così serrati e al contempo prevedibili si incastrano nell’ingranaggio perfetto costruito dalle inquadrature di Polansky e dalla fotografia plumbea e avvolgente nel suo nitore incontrastato. Egli sa che noi sappiamo, che il gioco del doppio è una partita tra le dimensioni del Sè fatta a carte scoperte da un unico contendente, che non è Delphine, né Elle, né il pubblico, che deve retrocedere a spettatore perché è il regista a detenere sarcastico l’evidenza del suo delitto perfetto. Tutto è visibile. Tutto è vero. Senza sangue. Senza colpevoli. Senza suspence?

Voto: 6

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