Petit Paysan – Un eroe singolare

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Petit Paysan – Francia 2017 –  di  Hubert Charuel

drammatico – 90′

Scritto da Sarah Panatta (fonte immagine: comingsoon.it)

L’amore, le vacche, la sopravvivenza nella tragedia asciutta di Hubert Charuel

Pierre non conosce altro se non la routine di giornate scandite dai bisogni delle sue vacche e dal lavoro nella fattoria, quando un virus temibile dal Belgio approda alla Francia e tinge di rosso il dorso di una delle sue creature. Pierre chiede aiuto alla sorella veterinaria e come novello Giobbe cade in un vortice di avvenimenti infausti che lo portano a tentare il tutto per tutto per salvare la vita alle sue vacche e alla fattoria, ma anche alla sua intera esistenza

Schiacciato dai respiri caldi e dai volumi mugghianti, dalla coreografia pesante e corale alzatacce e dei gesti che ne seguono, indistinti e continui, in un paesaggio bianco e nero di sangue, polvere, acqua, fango, latte, mangime. Un giovane allevatore innamorato quanto distrutto dal suo lavoro giorno dopo giorno, con le sue creature tra stalla pascolo e mungitura. E le sfide della sopravvivenza. Tra virus non solo mediatici, madri paranoiche, allevatori abbandonati e sistemi impastati di burocrazie, incertezze e debolezza sociale.

Fa man bassa di premi il piccolo eroe scritto e diretto con pazienza quasi documentaristica seppur evidentemente empatica da Hubert Charuel. Guerra d’amore per le vacche, per proteggere un microcosmo salvo dalle ipocrisie virali, nel mondo delle malattie sconosciute e delle app spersonalizzanti. Petit paysan racconta un piccolo mondo, di affetti e affezioni, solo apparentemente antico. Scandito da sveglie all’alba, fieno e trattori, ma anche da applicazioni per smartphone, statistiche di produttività e nuovi virus da incubo.

E’ proprio nel mondo onirico di Pierre, il protagonista, che si apre l’opera, buttandoci in medias res negli spazi (affollati e privi di tempi morti, o meglio non ancora) di un allevatore trentenne erede di un’azienda agricola, figlio di un’area rurale, co-stretta tra tradizioni da mantenere e standard da perdurare ma anche dalla tecnologia contemporanea e ai mutamenti imprevisti della sorte, che bussa impaziente, da Youtube direttamente alle sue tempie, chiedendogli di adeguarsi. Da onesto indefesso lavoratore, egli rischia così di trasfromarsi in un criminale pronto a qualsiasi atto di scorrettezza, si veste dei panni dell’assassino e del ladro, indossa febbrile la maschera dell’inganno per salvare la sua attività e le sue vacche, forse l’unico vero amore della sua vita.

Una dimensione fatta di latte di qualità, muggiti regolari, gite tra i prati, controlli immancabili, pasti materni, sorelle apprensive e amici invadenti. Niente sembra poter inquietare Pierre, giovane imprenditore ma anche uomo di campagna, interamente votato al lavoro, scarsamente avvezzo ai richiami della carne, della propria. Finché una vacca sta male, e sospettando che il nuovo terrificante morbo emorragico belga possa condurre le autorità a devastargli mandria e vita, la abbatte e ne simula goffamente la sparizione, assistito indirettamente da una gendarmeria poco arguta e sicuramente carnivora, da un sistema iper burocratico che presenta le sue falle, perché c’è sempre qualcosa che puzza ma non sappiamo cosa, quindi travolto da una serie di eventi e decisioni rocambolesche. Tra gare al bowling e amici che robotizzano l’allevamento, panettiere procaci e sorelle intransigenti.

Uno sguardo mite e latentemente ironico per questa escursione campestre di Hubert Charuel, che gira tutto nella fattoria dei genitori, vicino Reims, e va a fondo con congnizione di causa (ed effetto), con  il garbo dei suoi (soli) 84 minuti, in una vicenda complessa ed esemplare, una tragedia classica che non si lascia stordire da simbolismi ed archetipi o da virtuosismi tecnici, lasciando che le luci e i suoni della fattoria si fondano ai ritmi biologici e socio-patici dei protagonisti, uomini e vacche, tutti insieme eroi impossibili nell’assurdo co(s)mico dell’esistenza.

 

Voto: 7

 

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