L’ Uomo che Mente

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L’homme qui ment – Francia/Italia/Cecoslovacchia – di  Alain Robbe-Grillet

drammatico – 95 ‘

Scritto da Francesco Carabelli (fonte immagine: photo.ivid.it)

 

Un uomo ritorna sui luoghi che lo hanno visto protagonista della guerra di resistenza all’invasore nazista. Vuole convincere la famiglia del proprio comandante che questi è morto e vendicarsi così della posizione di sudditanza a cui questi l’ha costretto. Costruirà una serie di menzogne per perpetrare il suo fine.

Terza opera del non prolifico regista francese Alain Robbe –Grillet, già autore della sceneggiatura e dei dialoghi di L’anno scorso a Marienbad di Alain Resnais, si tratta di una coproduzione franco-cecoslovacca girata in Slovacchia con un cast misto. La storia è ambientata al termine della seconda guerra mondiale, ma vi sono frequenti flash-back su eventi svoltisi durante questa. Protagonista è Boris Varissa alias Jean Robin, partigiano che cerca di prendere l’identità del proprio comandante Jean, recandosi presso la sua abitazione e cercando di convincere tutti i suoi familiari della morte del loro congiunto. Ad ognuno di essi racconterà una storia diversa sulla sorte di Jean, mentendo continuamente (da cui il titolo del film) e in- ventando situazioni ed eventi immaginari che, però, sembrano affascinare i suoi uditori e convincerli momentaneamente della propria veridicità.

Scopo ultimo di Boris Varissa (il cui nome forse è un omaggio allo scrittorefrancese Boris Vian, morto prematuramente) è quello di diventare padrone a casa del proprio comandante, con il quale intratteneva un rapporto di amore-odio. Boris riesce a far innamorare di sé prima la governante, poi la sorella di Jean e da ultimo la moglie. Ma quando ormai sembra essere riuscito nei suoi obiettivi, il comandante torna e si sbarazza di lui. Il tutto è mostrato in modo molto ambiguo, lasciando spazio a diverse interpretazioni, sembrando la storia ripartire dall’inizio (lo spettatore avrà modo di riflettere guardando il film….). A caratterizzare questa pellicola è l’utilizzo del bianco e nero, cosa non atipica in quegli anni (1968), con una fotografia che ci ricorda molto quella di Persona di Bergman, con un’insistenza, in alcuni passaggi, sui primi piani dei volti e di particolari dei corpi dei personaggi, oltre che su oggetti di uso comune e opere d’arte. Particolare è il contrappunto sonoro studiato dal collaboratore del regista francese, il compositore e ingegnere del suono Michel Fano. La dissonanza tra immagine e sonoro è uno dei tratti caratteristici di quest’opera;  dissonanza molto spesso utilizzata per indicare degli eventi che si svolgeranno successivamente (il suono prima dell’immagine). Vi è inoltre un utilizzo molto frequente di flash-back e di flash-forward, che permettono al regista di moltiplicare i fatti narrati, molto spesso non facendo combaciare la narrazione orale del protagonista con la narrazione per immagini del film. L’interpretazione di Boris Varissa da parte di Jean-Louis Trintignant gli è valso il premio come miglior attore al festival di Berlino del 1968. Sicuramente l’attore è riuscito a calarsi nel personaggio, riuscendo a farne emergere la psiche di mentitore e il lato di tombeur des femmes. Il film si regge sulla capacità narrativa, con la quale il protagonista costruisce storie verosimili, ma menzognere, che ammaliano lo spettatore, rendendolo incapace di capire la verità dei fatti, un po’ come più recentemente è stato capace David Lynch con il suo Mulholland Drive, mischiando sogno e realtà e lasciando allo spettatore il compito e il dovere di interpretare quello che appare sullo schermo. Curioso inoltre il fatto che l’attore interpelli direttamente lo spet- tatore, fungendo contemporaneamente da narratore onnisciente e guardando in camera, superando il gap tra schermo e vita, riprendendo in questo la via intrapresa da Bergman con il suo Monica e il desiderio e da Godard con film quali Due o tre cose che so di lei. Per chi volesse approfondire il cinema di Jean-Loius Trintignant consiglio la lettura di una biografia-intervista comparsa di recente in Italia: “Alla fine ho deciso di vivere” che traccia una parabola della carriera dell’attore francese dagli inizi al più recente successo Amour.

 

Voto: 10

 

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