Il Giovane Karl Marx

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Le jeune Karl Marx – Francia/Belgio/Germania – 2017 – di Raoul Peck

biografia/drammatico/storico – 118′

Scritto da Alessandro Pascale (fonte immagine: mymovies.it)

Il film ripercorre l’amicizia dei giovani Karl Marx e Friedrich Engels, dal loro secondo incontro nel 1844 fino al 1848, anno della pubblicazione del “Manifesto del Partito Comunista”.

 

Di recente ho pubblicato un libro (disponibile gratuitamente su http://intellettualecollettivo.it/) in cui nella parte finale (capitolo 23), analizzando il cinema hollywoodyano da un punto di vista politico, constatavo come le produzioni cinematografiche statunitensi dal contenuto anticapitalista si contino sulle punte delle dita. Ciò non deve stupire dato che il controllo preventivo delle sceneggiature diventa una pratica costante dal maccartismo in poi, grazie anche alla solerte vigilanza dell’USIA, organo collaterale alla CIA. “Normale” che fosse così, in un contesto in cui la lotta di classe, in quel caso contro l’URSS, si gioca anche sul controllo dell’immaginario culturale, e a tal riguardo il cinema è stato uno dei media e delle arti più importanti e influenti del XX secolo, continuando tuttora ad assolvere egregiamente la funzione anche nel presente secolo, seppur sempre più in difficoltà di fronte all’ascesa delle serie tv e di internet. Non deve stupire insomma che finora sia sempre mancato un grande film, un “blockbuster”, dedicato alla figura di Marx: le produzioni dei Paesi socialisti del “blocco sovietico” a tal riguardo, pur esistenti, sono state accuratamente cancellate e rimosse, tant’è che della produzione cinematografica sovietica e degli altri Paesi orientali, pur studiate sui libri manuali di storia del cinema, non si sa praticamente nulla in Occidente. È stato tutto accuratamente cancellato, nella classica “rimozione sfrontata” che non fa notizia. È abbastanza simbolico quindi che a riportare nei cinema di tutto il mondo la vita del giovane Marx sia oggi Raoul Peck, un regista di colore e haitiano già noto per film come “Lumumba” e “I am not your negro”: è simbolico perché Peck ha la stessa nazionalità di quel Toussaint Louverture che a fine ‘700 guidava la prima grande rivolta anticoloniale vittoriosa della Storia, influenzando perfino la Francia giacobina rivoluzionaria che approvò politicamente l’abolizione della schiavitù (presto ripristinata da Napoleone). La produzione chiaramente non è statunitense, bensì ha visto la collaborazione di diverse case produttrici francesi, tedesche e belghe. Il risultato è un gioiello capace di arrivare alla visibilità internazionale grazie alla passerella del 67° Festival di Berlino del 2017. Non che nella regia ci siano grandi virtuosismi tecnici, bensì dal punto di vista stilistico una sobrietà narrativa che non rinuncia a fare ampio sfoggio di scenografie e costumi raffinati, con alcune scelte simboliche e militanti impeccabili. La bravura di Peck in questo caso non è stata solo la caparbia con cui ha portato avanti la realizzazione del progetto, ma anche la comprensione di dover mettersi in un angolo e lasciar parlare le idee di quella coppia di amici, Marx ed Engels, che ad un certo punto decisero di voler cambiare il Mondo. Ciononostante si tratta di una produzione qualitativa ottima, con sprazzi di arte lirica, capace di districarsi bene tra melodramma, spirito umoristico ed un’epopea che ricorda “Les Misérables” (2012). È un successo aver garantito la prima visione di un film su Marx a milioni di persone con un prodotto godibile e spettacolare simile. “Il Giovane Karl Marx” dovrà finire in ogni circolo politico e culturale del Paese. Tutto ciò fa capire come questo film sia oggettivamente uno dei più importanti degli ultimi anni per il suo valore politico. E come tale, merita quindi un’analisi politica.

 

LA SCELTA DELLA RIVOLTA

Il ritratto iconografico classico di Marx è quello del vecchio saggio con la barba bianca che scrive al tavolo la sua opera maggiore (“Il Capitale”): nel senso comune è una via di mezzo tra un intellettuale geniale e un generoso Babbo Natale. In realtà tutta la più importante formazione filosofica e pubblicistica con cui Marx ed Engels si conquistano un nome a livello internazionale si svolge quando entrambi hanno poco più di 20 anni. Non lo si ricorda spesso, ma quando esce “il Manifesto del Partito Comunista” Marx non ha ancora compiuto 30 anni, ed Engels è di due anni più piccolo. Sono entrambi giovani appena usciti dall’università e in rivolta, anzitutto contro la grettezza delle proprie famiglie conservatrici e pienamente inserite in un sistema che sostengono e appoggiano, vergognandosi per le attività dei figli amici dei plebei. Al fianco di Marx c’è la bella moglie Jenny von Westphalen, figlia di un barone; lei ha rinunciato a tutto per amore di Marx, “il più intelligente del posto in cui vivevo”, accettando di vivere in povertà ma trovando la forza nella scelta condivisione dell’obiettivo di abbattere con la rivolta una società ingiusta. Nessuno di loro è un fanatico: è la dura realtà a cui sono soggetti i bambini, le lavoratrici e i lavoratori, ad essere spietata, richiedendo risposte conseguenti. La scelta della rivolta assume però un valore etico enorme nel momento in cui essa arriva da persone di buona famiglia che avrebbero potuto tranquillamente farsi la loro vita senza curarsi degli altri, rimanendo indifferenti come la maggioranza degli altri borghesi. La loro grandezza etica sta nel decidere di ribellarsi a tale ordine, contro tutto e contro tutti, scommettendo tutto su sé stessi, in un contesto in cui anche semplicemente scrivere un articolo di denuncia di una repressione poliziesca può comportare il carcere o la messa in esilio. Questa è la prima lezione del film: occorre impegnarsi e militare per la giustizia sociale, anche a costo di essere emarginati dalla società.

 

SPORCARSI LE MANI

I “borghesi” Marx ed Engels capiscono presto che i dialoghi con i padroni, siano essi pacati e riflessivi, siano essi sferzanti e polemici, non servono a niente. I referenti naturali del loro messaggio politico devono essere coloro che soffrono dalla conformazione della società, dei “rapporti sociali di produzione”: i lavoratori e le lavoratrici privi di ogni diritto e ben consapevoli dell’oppressione subita quotidianamente. Cosa ben diversa nel mondo odierno, per lo meno quello occidentale, per svariati motivi. È comunque a loro che si rivolge il “giovane Engels”, figlio del classico padrone industriale, quando decide di realizzare una ricerca che lo farà diventare famoso, procurandogli le simpatie di Marx, che inizialmente l’aveva snobbato dandogli del “dilettante”. “La situazione della classe operaia in Inghilterra” è una delle prime incisive opere di denuncia della condizione drammatica in cui vivono milioni di proletari. Non viene scritta studiando i testi delle biblioteche, ma scendendo nei bassifondi della città: una delle prime inchieste sulla classe operaia fatta da chi vuole emanciparla. Engels si sporca le mani, va a parlare con gli operai nelle peggiori bettole e si fa anche prendere a pugni per superare la diffidenza “di classe” e conquistare la fiducia del popolo che vuole guidare all’emancipazione. La seconda lezione sta quindi nella constatazione che occorra sporcarsi le mani e rischiare per riuscire ad ottenere risultati rilevanti.

 

IL DIFFICILE EQUILIBRIO TRA VITA PRIVATA E PUBBLICA

Sia Marx che Engels non hanno vita facile nel conciliare la propria vita privata con quella pubblica. Engels deve mascherare una “doppia vita” al padre (che nel 1848, vedendolo guidare le milizie popolari armate, lo diserederà, salvo poi riprenderlo in fabbrica a lavorare), sfidando le convenzioni sociali quando sposa di nascosto una giovane operaia irlandese. Tutto sommato però la sua è più che altro una sofferenza “spirituale”, essendo ben consapevole che i soldi del padre gli siano utili per aiutare economicamente Marx, “il vero genio” (come ebbe a definirlo Engels) perennemente a corto di soldi e con una famiglia da mantenere. Anche Marx ed Engels hanno vissuto le problematiche che vivono oggi tutti coloro che fanno militanza politica: scarsità di soldi, necessità di fare molti viaggi a proprie spese, necessità di trovare il tempo per leggere, studiare, scrivere, fare riunioni, ma allo stesso tempo di mantenere le proprie relazioni sociali, di pagare l’affitto, dei soldi per la spesa, della compagna di vita a cui si vorrebbe dare di più senza poterlo fare. La perdita delle relazioni sociali, che tendono a coincidere con quelle politiche; e di qui l’importanza del legame profondo instauratosi tra Marx ed Engels, uniti nella lotta in una delle più belle e profonde amicizie della Storia. Non c’è bisogno di citare l’Aristotele dell’Etica Nicomachea per sapere quanto sia importante avere un amico vero nella vita. In poche parole: viene rappresentato il difficile equilibrio tra la vita privata e quella pubblica, in questo caso superabile grazie all’amicizia tra i due rivoluzionari, ma anche grazie alla tenacia, alla fiducia e al lavoro sotterraneo ma fondamentale delle loro compagne di vita. Sarebbe stato pubblicato “Il Manifesto del Partito Comunista” all’inizio del 1848 da un Marx recalcitrante senza il lavoro preliminare e il pressing di Engels? Tutti crollano prima o poi senza un valido supporto. Terza lezione: da soli non siamo nulla. Uniti si può cambiare il mondo.

 

LA CRITICA DEGLI AVVERSARI E I COMPROMESSI

L’unità non si può però fare con chiunque, ma con chi condivide le tue analisi e le tue tesi. Marx entra in contatto con tutti i principali esponenti politici e teorici socialisti, anarchici e rivoluzionari. All’inizio li ascolta, poi formula qualche obiezione, talvolta li usa senza ritegno, infine li stronca. L’obiettivo non è adeguarsi all’esistente, ma cambiare l’esistente. E per fare questo bisogna distruggere i “falsi profeti”, i vari Ruge, Proudhon, Weitling all’epoca tanto in voga, ma la cui elaborazione, alla radice, gratta gratta, poggia su un cumulo di buone intenzioni idealiste prive di contenuto. La critica degli avversari politici è veemente, senza compromessi; la dialettica feroce, e non sempre argomentata razionalmente. Marx ed Engels non esitano a mettersi più volte in gioco rischiando tutto, giungendo ad un passo dal fallimento, ma infine vincendo, conquistando una casamatta dopo l’altra, salendo un gradino alla volta verso l’affermazione delle loro tesi. Marx verrà accusato da più parti di essere autoritario, iracondo, violento, intollerante. Molti modi per infangare chi aveva chiara la superiorità delle proprie tesi, e non aveva timore di esporle con nettezza e certamente anche molta presunzione, ma fondata e legittimata dai fatti. Non mancano d’altronde i compromessi politici, i quali però non riguardano mai la teoria, ma solo la pratica, ad esempio al fine di conquistare un avanzamento politico netto. La quarta lezione è insomma che occorre ripartire dalla teoria e dalla critica spietata di ogni opportunismo, eclettismo e velleitarismo ideologico.

 

LA NECESSITÀ DELL’ORGANIZZAZIONE POLITICA

I compromessi si possono quindi fare solo quando sono considerati utili per costruire la necessaria organizzazione politica, perché “i filosofi hanno finora solo interpretato il mondo, ma ora si tratta di cambiarlo”. E per fare questo occorrono gli uomini, occorre l’organizzazione dei lavoratori, che in quel periodo non esiste ancora, se non in forma embrionale. Marx ed Engels non sono solo teorici: vivono in un periodo in cui un Partito non c’è ancora. Ci sono vari gruppi, gruppetti, gruppettini, spesso confusi e sbandati, che fanno bei discorsi ma che sono incapaci di dare un’indicazione politica concreta. Marx ed Engels capiscono che devono porsi il compito di costruirla loro quell’organizzazione, a partire dalla riunificazione dell’esistente. Di qui la scena dal sapore comico dell’incontro con la “Lega dei Giusti”: da un lato gli anziani “saggi” che hanno messo in piedi negli anni una delle prime rudimentali organizzazioni proletarie; dall’altra i due giovani borghesi intellettuali verso cui si prova solo diffidenza (“non abbiamo bisogno di discorsi e teorie pre-confezionate, abbiamo bisogno di azione”, “solo i proletari possono essere portatori di istanze socialiste”, obietta all’incirca uno degli anziani). La forza delle idee sarà tale da superare le diffidenze iniziali giungendo a trasformare l’organizzazione nella “Lega dei comunisti” dotato di un apposito coerente Statuto, nonostante l’opposizione e lo sdegno dei “proudhoniani”. Più tardi guideranno la nascita della Prima Associazione Internazionale dei Lavoratori (1864) e saranno i “padri nobili” della Seconda Internazionale (1889) e della Terza (1919). Quinta lezione: le idee da sole, non servono a nulla, se non accompagnate da uno sforzo militante. La teoria slegata dalla prassi, ha un valore limitato. Chi si rinchiuda nella propria stanza e non cerchi di battersi per l’affermazione delle proprie scoperte teoriche, ha già perso in partenza: sarà al più un buon commentatore, ma la società la si cambia con la politica, che è tutta un’altra cosa dal semplice commento. Lezione collaterale: in certi casi, quando la propria ragione è così straripante di fronte a quella degli avversari, si può riuscire a prendere il controllo di un’intera organizzazione già strutturata. Non avviene sempre, ma certamente ciò non avverrà mai senza aver compiuto prima un ampio e meticoloso lavoro preparatorio.

 

LA CAPACITÀ DI PARLARE AL POPOLO

Tale lavoro non può prescindere dalla capacità di parlare direttamente al popolo, per il popolo. Visti con gli occhi dei benpensanti odierni, Marx ed Engels non parrebbero altro che un retaggio storico o dei populisti parolai ante-litteram. La borghesia ha d’altronde sempre screditato la credibilità di chi intende sovvertire l’ordine esistente, e continua a farlo tuttora, in un’epoca in cui i discorsi dei filosofi tedeschi sono di un’attualità sconvolgente. Si noti che Marx ed Engels non esitano a discutere con chiunque, anche con il padrone che tenta di giustificare il lavoro minorile con le dure e stringenti necessità del mercato del lavoro e della capacità di rimanere “competitivi”… La loro attenzione è però prioritariamente dedicata agli ambienti proletari, ed in particolar modo ai settori più politicamente (e moralmente) più coscienti, facendoli passare dall’acquisizione di un’ideologia solidale ed egualitaria, seppur già “di classe”, all’acquisizione della necessità dell’odio verso la classe avversa, quella borghese, e dell’inevitabilità di una rivoluzione violenta per sovvertirla prendendo direttamente il potere politico. È per realizzare questo nobile compito, il riscatto di quella stragrande maggioranza della società oppressa biecamente, che Marx afferma la necessità di costruire per il movimento una teoria rivoluzionaria scientifica della Storia e della Politica, che verrà completata negli anni a venire dalla critica scientifica dell’economia politica borghese. La sesta lezione del giovane Marx è che si può parlare al popolo dicendogli la verità, senza aver timore di perderne il consenso, e anzi si deve farlo al fine di svegliare in un secondo momento l’intero popolo. La moderazione linguistica non porta a nulla. Bisogna chiamare le cose con i loro nomi: non sono “imprenditori”, sono “padroni”; non è “flessibilità”, è “sfruttamento”, non è “lavoro”, è “schiavismo”; non è “crisi”, è “capitalismo”.

 

IL MOVIMENTO È NIENTE SENZA TEORIA

L’emancipazione della classe parte dall’acquisizione di una teoria filosofica organicamente proletaria. Altrimenti si è destinati, presto o tardi, a soccombere culturalmente e a immedesimarsi nel punto di vista del padrone, invece che nella propria classe di appartenenza. “Il movimento è tutto”, dirà ad un certo punto della Storia il revisionista Bernstein, che poneva in discussione la necessità di smantellare il marxismo delle sue tesi fondamentali (partito-avanguardia, centralità della classe operaia, internazionalismo proletario, lotta di classe, conquista rivoluzionaria violenta del potere, dittatura del proletariato, ecc.), ponendo dapprima l’orizzonte strategico del riformismo pacifista verso il socialismo, presto degenerato in gestione progressista del capitalismo (più o meno social-imperialista), fino all’attuale turpe asservimento all’imperialismo. Bernstein finì per votare a favore dei crediti di guerra per la Germania nel 1914, e prima ancora arrivò a sostenere il ruolo civilizzatore dell’imperialismo nel fenomeno coloniale. Bernstein è lo specchio di molte delle sinistre odierne, le quali non a caso stanno venendo spazzate via come furono spazzati via gli insignificanti Bernstein dai bolscevichi grazie alla Rivoluzione d’Ottobre e alla costruzione del primo Stato socialista, al quale dobbiamo tante conquiste civili e sociali durante il ‘900 (a riguardo vedasi il libro indicato all’inizio). Marx aveva già fatto i conti aspramente con i Bernstein della sua epoca tagliando i ponti con i “giovani hegeliani di sinistra”. Il fallimento dei vari Bernstein e dell’ottica socialdemocratica riformista è storico e non può che confermare le ragioni della necessità del socialismo e del comunismo. Il mondo del lavoro descritto dal film è ancora oggi tale nella stragrande maggioranza del mondo, e sono temi non così distanti neanche dalle realtà di molti luoghi di lavoro italiani; si possono notare poi somiglianze sconcertanti con discorsi e politiche dell’attualità. Marx insegna che non c’è partito rivoluzionario senza una teoria rivoluzionaria, come Lenin e Gramsci spiegheranno anche meglio con uguale sintesi di teoria e prassi. La settima lezione, tratta direttamente dall’esempio politico del giovane Marx, parla alle sinistre di tutto il mondo (e in primo luogo a quelle italiane), chiamate a recuperare senza tentennamenti la cultura politica del marxismo e del leninismo.

(e quanto servirebbe a tal riguardo oggi un film fatto bene su Lenin…).

 

CONCLUSIONI

Dopo aver visto “Il giovane Marx”, invito tutti e tutte a portare i vostri amici a vederlo al cinema. I collettivi scolastici dovrebbero attivarsi per organizzare visioni nelle attività scolastiche (e i professori dovrebbero promuovere questa loro richiesta come approfondimento didattico utilissimo per le discipline storiche e filosofiche). Oltre all’utilità didattico-culturale l’opera è una grande opportunità per reintrodurre nei settori più coscienti della classe lavoratrice italiana il tema dell’attualità del marxismo come via d’uscita dalla crisi economico-sociale inestricabilmente intrecciata al sistema capitalista. Chi vuole ricostruire un’opzione politica tesa a migliorare la società deve ripartire dall’esempio etico e dagli insegnamenti politici di Marx ed Engels. Più delle mie parole varrà la sua visione per capire quanto sia estremamente attuale e parli a tutti noi nonostante i 170 anni di differenza da quel 1848 in cui comparve quell’opera, “Il Manifesto del Partito Comunista”, che, vendendo centinaia di milioni di copie in svariate edizioni e lingue, diffuse in tutto il Mondo i semi per il Progresso umano e sociale di tutta l’Umanità, e non solo di una sua parte.

Voto: 10

 

 

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