Il cratere

il cratere

Italia 2017 – di Luca Bellino & Silvia Luzi – documentario – 93′Scritto da Sarah Panatta (fonte immagine: imdb.com)

Rosario gestisce un’impresa ambulante su quattro ruote, alle quale lavora alacremente tutta la numerosa famiglia, regala pupazzi di peluche a chi vuole comprare un biglietto per pochi euro nella messe di luci opache di calore e sciatte di desiderio, in giro per le piazze italiane, più o meno a sud dell’emisfero tricolore. Sua figlia Sharon, talento musicale e poca pazienza ancora per usarlo, è la sua arma e il suo “sbilenco” tentativo di lotta e riscatto improbabile in un mondo della meraviglie sempre sfocato e mai facile.

Un reality di indivisibili passioni e illusioni per il primo lungometraggio di fiction della coppia Luzi-Bellino, da “provare per credere”, Rosario e il suo carrozzone, Sharon e le sue note acute, acerbe, bellissime. Una stella e la sua costellazione opaca. Una canzone dentro un baratro, quella che ci lasciano, dopo tanti documentari e una carriera solida e ormai riconosciuta, gli autori e produttori de Il Cratere, vincitore, tra gli altri premi, del Premio della Giuria capitanata da Tommy Lee Jones, per il Tokyo International Film Festival 2017.

Rosario vorrebbe emergere dalla sofferenza scarna del suo mondo, lo stesso in cui Sharon, aggrappata ancora ai trastulli di una ragazzina, galleggia, facendosi convincere, tra videogiochi, televisione spazzatura e retrobottega, tanto con le buone a volte, quanto spesso con una burrascosa insoddisfatta voce grossa del padre, a registrare una canzone comprata per 1000 faticosissimi euro ad un autore famoso. Tra giostre, aerosol, litigi e telecamere nascoste, Rosario, Sharon e compagnia sono rinchiusi nel mondo sorvegliato e stanco della loro vita. Sharon presta il suo sogno al padre o è forse il padre che tenta di infonderlo inutilmente alla figlia, sogno che in realtà è espediente per emergere dal “rumore di fondo” del cratere, dalla miseria degli avanzi quotidiani e dei sacrifici picareschi, ma anche il baluardo ultimo e l’unica giustificazione per una vita di stenti che non sa e non può cominciare mai.

Un’istantanea potente ma a tratti illeggibile, perduta, amorfa, forse volutamente, di una costellazione che non riesce e brillare, a detta stessa degli autori una “favola sbilenca”, scritta con e riarrangiata proprio come un brano, dai suoi stessi protagonisti. Una forma nuova e ibrida di finzione e verità. Il Cratere non mostra la sua fisionomia, mai, si stende e si comprime, pulsa irregolare, terra sconfinata di incertezza dove parassitano inconsistenti i sogni mentre ruggiscono bisogno, sussistenza, vagabondaggio indolente, autoalimentata impossibilità ad uscire da quel mondo stagionale che èabitudine perenne, dove la musica, quella melodica dialettale che al sud impazza, è leit motiv e àncora, arma di lotta e scusante, scudo collettivo, droga e scacciapensieri di un popolo che non conosce altra identità e forse non la cerca.

Fiaba contemporanea, vissuta con i protagonisti ma non completamente “dei” protagonisti, che con Luzi e Bellino hanno scritto la sceneggiatura ridando forma alla propria esistenza. Favola che si dichiara prima di iniziare, quando sui titoli del film Sharon ripete la lezione sul verismo verghiano tra memoria letteraria e memoria coreografica. Limbo dove prende piede e insieme veri e propri passi, una danza ininterrotta di campi strettissimi, appunto indivisibili, nella quale lo spettatore è pressato contro gli occhi, le bocche e le mani dei protagonisti impigliati come insetti kafkiani, l’uno e gli altri, nella dimensione sospesa e depressa del cratere.
“Provare per credere signori”.

Voto: 6

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