Il tuttofare

il tuttofare

Italia 2018 – di Valerio Attanasio – commedia – 96′Scritto da Sarah Panatta (fonte immagine: imdb.com)

Toti, Titti, Bonanima e gli altri, attori della mafiopoli italiana in un cinepanettone chic

Figaro qua, Figaro là. Redigi le carte. Compra il pesce fresco. Svieni in aula. Infrangi la legge per avere il contratto. Qua, là, là, qua. Tutto sa far, tutto (non) può far. Il Tuttofare.

Il rocambolesco apprendistato di un quasi avvocato che deve scegliere tra sopravvivenza umiliante e dignità miserabile, appeso i banchi del tribunale come ai debiti del precariato e alle gonne del principe del foro, grottesca icona di uno stile di vita ancienne regime che divora l’Italia e non solo. E che non smette, perché non vuole. Sceneggiatore di successo per commedie di incasso e di sapore autoriale, Valerio Attanasio può permettersi di esordire con il botto, sguinzagliando un fuoriclasse sempre più aggressivo e in forma come Sergio Castellitto dandogli in pasto la dolce preda, flessibile quanto il lavoro sul mercato, Guglielmo Poggi, ne Il tuttofare.

La banda degli avvocati, mandrakata ai tempi del precariato, con un Castellitto sopra tutti (anche troppo) in un film confezionato su misura per un sicuro effetto tra sala e critica. Nè divertissement indie né riempitivo alimentare.

Ma d’altronde…Il fine giustifica i mezzi, questa le legge, non uguale se non per pochi, secondo Titi Bellastella, avvocato di grido (e che ugola oratoria!) della Capitale, che ha a suo servizio H24 il giovane Antonio Bonocore, nomen omen, pronto con zelo e dedizione incantata, quasi puerile sebbene integra, a dedicarsi a qualsiasi mansione Bellastella gli propini: dalle scartoffie ai fornelli, dalla spesa ai falsi svenimenti in aula Antonio è il braccio destro del capo e attende la promozione e il famigerato quanto aulico, mitologico contratto presso il prestigioso studio dello stesso Bellastella, in realtà gestito dalla ancor più spregiudicata di lui consorte nonché ereditiera milionaria. Mentre Bellastella ricatta affabilmente Bonocore – alias Bonanima alias tutti i nomi che frullino nell’apparentemente svagata testa di Bellastella – e lo obbliga perfino a sposare la sua amante per farle avere la cittadinanza italiana, il pericoloso sommerso cosmo bellastelliano inonda la vita di Bonocore. Finché Bellastella con estremo colpo di scena si defila lasciandogli in mano processi mafiosi, figli illegittimi e fisco.

Commedia di intreccio che agli equivoci e ai lazzi dei cinepanettoni multistagione cerca di sostuire il garbo ironico e la materia densa e ritmata di dialoghi sarcastici, che lanciano strali alla corruzione, al nepotismo, al sistema clientelare dello sfruttamento e agli ingannevoli giochi del potere ad ogni livello e piano, dal super attico allo sprofondo di estrema periferia. Riuscendo dritto come una spada nell’intrattenimento che va un pelo al di là del godereccio tautologico. Grazie soprattutto ad un montaggio affilato e al carisma debordante di Sergio Castelltto/Titi Bellastella, nuovo mostro tra i mostri di sempre.

“Ho interpretato questo personaggio come un atto d’amore nei confronti di chi mi ha insegnato l’amore per il cinema” ha dichiarato Castellitto “e con cui ho avuto la fortuna di lavorare: Vittorio Gassman, Marcello Mastroianni, Ettore Scola, Mario Monicelli, Marco Ferreri, e così via. È stato come pagare pegno. Il problema era riuscire a non essere imitativi filtrando Toti attraverso il mio gusto personale”. E Castellitto (aggiungendo una spolverata di Sordi e Proietti) riesce, facendo luce con la sua stella polare balorda e impagabile, a salvare dal pur divertente anonimato il suo Tuttofare.

Voto: 6

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