La región salvaje – The Untamed

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La región salvaje – Messico/Danimarca/Francia/Germania/Norvegia/Svizzera 2016 – di Amat Escalante

drammatico/horror/fantascienza – 98′

Scritto da Fulvia Massimi (fonte immagine:imdb.com)

Guanajuato, Messico. L’incontro con la misteriosa Véronica (Simone Bucio) ha ripercussioni inaspettate sulla vita dei fratelli Fabián (Eden Villavicencio) e Alejandra (Ruth Ramos), ed in particolare su quest’ultima, intrappolata in un matrimonio difficile e soffocata dal machismo ipocrita del marito Angél (Jesús Meza).

Nel 2015 era stato Desde Allà, Leone d’oro del venezuelano Lorenzo Vigas, a sdoganare l’omofobia internalizzata del maschio latino (interpretato allora da un sublime Alfredo Castro). Nel 2016 è Amat Escalante, catalano per nascita ma messicano d’adozione, ad offrire il proprio contributo in merito alla questione. In concorso a Venezia 73, dove si aggiudica il premio per la miglior regia (dopo quello ricevuto a Cannes 2014 per il pre- cedente Heli), La región salvaje – The Untamed funge infatti da commentario critico del maschilismo omofobo e misogino della società messicana contemporanea, che tuttavia è solo un’allegoria più contenuta della condizione femminile nella realtà sudamericana tout court.

Nel suo volume Queer Masculinities in Latin American Cinema: Male Bodies and Narrative Representation (2013), Gus Subero analizza la costruzione e messa in scena del soggetto maschile non-normativo nell’immaginario cinematografico e culturale di società che tendono alla repressione, piuttosto che all’accettazione dell’omosessualità. Gli stereotipi del gay effemminato o del macho “in the closet” vengono esaminati da Subero come parte integrante, e paradossalmente legittimante, della rappresentazione del maschio queer nel cinema messicano (Julián Hernández in testa), argentino (La Virgen de los Sicarios di Barbet Schroeder come caso esemplare) e più recentemente venezuelano ed ecuadoregno (Feriado di Diego Araujo).

In questo contesto si colloca il film di Escalante, che vorrebbe denunciare l’ipocrisia dell’eterosessualità forzata e del finto decoro sociale con un ibrido tentacolare di sci-fi metafisico, realismo drammatico e body-horror cronenberghiano. Lo svelamento dell’omosessualità di Angél, il presunto maschio alfa, viene infatti presentato allo spettatore quasi immediatamente, ma il coup de theatre é solo un pretesto per mettere in moto la narrazione intricata, disorientante e disorientata, dello script di Escalante e Gibrán Portela.

L’inquadratura statica di un meteorite monolitico anticipa il titolo in rosso sangue su dissolvenza al nero: un’allusione al binomio eros-thanatos eviscerato dal film, ma anche e soprattutto al sottotesto fantascientifico appena accennato e mai veramente sbrogliato che costituisce l’elemento meno convincente e/o innovativo dell’intera pellicola. Con un riferimento pressochè pedissequo al cult horror Possession di Andrzej Żuławski prima ancora che a Under the Skin di Jonathan Glazer, La región salvaje si propone infatti di investigare le profondità oscure del piacere femminile attraverso la mediazione di una creatura aliena dalle sembianze multi-falliche, cui è attribuito il duplice compito freudiano di seminare piacere erotico e distruzione mortale.

Nulla che il buon David Cronenberg non avesse già esplorato nei suoi horror anni ’70 o che Julia Kristeva non avesse estensivamente trattato nel suo Saggio sull’Abiezione del 1982. Che innovazione apporta dunque il film di Escalante? Probabilmente nessuna, né il grafismo soft-pornografico del sesso inter-specie, né lo sguardo intrusivo dell’obiettivo che simula quello di un Dio immanente, né tantomeno lo sfruttamento del panorama selvaggio che dà il titolo al film come metafora del ritorno allo stato di natura causato dallo schianto del meteorite.

Escalante vorrebbe raccontare il nocciolo primordiale dell’essere umano usando il maschilismo eterosessista della realtà messicana come punto d’entrata, ma nel farlo il voyeurismo della macchina da presa (con ripetuti piani ravvicinati e disturbanti dei genitali femminili) cozza contro l’intenzione di solidarietà femminista forse alla base del personaggio di Alejandra. Nella confusione generale degli intenti narrativi e delle motivazioni diegetiche La región salvaje procede allora a tentoni, raggiungendo un finale troncato dai titoli di testa (sempre in rosso-e-nero stendalhiano) che lascia lo spettatore perplesso esattamente come in apertura di film.

Voto 6

 

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