Blood

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Blood – Regno Unito 2012 – di Nick Murphy

drammatico/thriller – 92′

Scritto da Gabriella Massimi (fonte immagine: comingsoon.it)

Una giovane ragazza viene brutalmente assassinata e le accuse ricadono su Jason Buliegh, già condannato per molestie. Quando Jason viene rilasciato per mancanza di prove, i due fratelli poliziotti, Joe e Chrissie, che avevano seguito le indagini, decidono di farsi giustizia da soli, occultando poi il cadavere, In un attimo varcano il labile confine tra bene e male e, dopo una vita trascorsa dalla parte dei giusti, si ritrovano senza via di scampo, tormentati dal senso di colpa e schiacciati dalle loro stesse azioni. Quando il vero responsabile dell’omicidio della ragazza verrà catturato e saranno proprio loro a capo delle indagini che danno la caccia ai giustizieri di un uomo innocente, i due si ritroveranno di fronte a un paradosso: dover incastrare loro stessi.

Quando eravamo bambini nostro padre ci diceva di allacciare bene i cappotti, altrimenti il vento ci avrebbe portato verso il mare” – Joe.

 

Il regista irlandese Nick Murphy definisce Blood il suo film di debutto, anche se l’uscita di 1921-Il mistero di Rookford é avvenuta prima.

L’Hollywood Reporter lo equipara addirittura a Mystic River di Clint Eastwood, operazione un po’ troppo azzardata a parer mio.

Tutto partì dalla collaborazione tra lo sceneggiatore Bill Gallegher e la produttrice Nicola Shindler, che diedero vita a una storia, secondo loro, originale: un poliziotto che commette un crimine.

I due ebbero poi modo di lavorare alla loro idea nella serie TV Conviction del 2006.

La produttrice Pippa Harris, colpita dalla serie TV, suggerì di trasporre il tutto in un film e propose a Gallegher di scriverne la sceneggiatura (impresa ardua se per i 25 anni precedenti ti sei dedicato solo a serie televisive).

A quel punto rimaneva da trovare un degno regista e il dito fu puntato verso Nick Murphy.

Nonostante un plot intuibile che sa di “già visto”, non dobbiamo ignorare quei particolari che, decorando la debole trama, ci portano a riconsiderare il prodotto finale.

Punto forte del film è la scelta della location principale: l’Isola.

Un’isola deserta e ventosa, raggiungibile solo quando la marea si ritira, un luogo originale dove girare la maggior parte delle scene, soprattutto la più cruciale.

Un’isola che il direttore della fotografia, George Richmond, ci mostra sempre coperta da leggere nuvole che permettono incredibili movimenti di luce, solare ma spesso anche lunare.

Un’isola dove Murphy ha passato l’infanzia, dove giocavano i due fratelli Joe e Chrissie da bambini e dove, da adulti, compiranno un tremendo omicidio, tentando poi di occultare le prove; ma, come leggiamo in locandina, la verità non resta mai sepolta a lungo.

Un’isola che però non scompare mai sott’acqua portandosi via il cadavere!

Forse perchè l’intera vicenda ha una durata di appena 4 giorni, un tempo improbabile per la risoluzione di un duplice caso di omicidio.

E’ però questa consecutio temporum così rapida e soprattutto il forte attaccamento del personaggio di Buleigh (Ben Crompton) alla Chiesa, a suggerirci un esile contatto tra Blood e la figura di Gesù; da una parte abbiamo Joe che, come Cristo, vede compiersi il suo destino nel giro di pochi giorni; dall’altra invece l’innocente ex-molestatore, che si rifugia nella Chiesa e rivolge preghiere a Gesù, suo salvatore.

Un elemento, quello divino, che trasla dalla vittima al suo assassino; sempre a Cristo infatti sono rivolte le suppliche di Joe, il quale, portato al limite dal terribile senso di colpa, si appellerà a un potere superiore, prima di accettare l’inevitabile destino.

“(…) Il copione è splendido -dice Murphy– centrato molto meno sulla criminalità e la rabbia sociale, ma più sul senso di colpa dei personaggi, che non hanno via di scampo”.

Viene sicuramente affrontato bene il tema del senso di colpa, mentre non va completamente a segno il regista tentando di mostrare al pubblico un Joe (Paul Bettany) più grande e responsabile, e un Chrissie (Stephen Graham) piccolo e ribelle.

Da notare è sicuramente l’interpretazione di Graham: più inesperto e innocente del fratello maggiore e trascinato dallo stesso nel baratro dell’omicidio, sarà il primo a cedere, scrollandosi di dosso quella “ribelle” personalità che in realtà nasconde insicurezze e paure.

Non da meno è Mark Strong che si destreggia bene nella parte del poliziotto Robert, amico dei due fratelli, ma portato dal rigido senso del dovere a scoprire l’amara verità e fare giustizia. Sua è la frase risolutrice: “Bisogna fare attenzione a non confondere l’attenzione con la rabbia“.

In ultimo abbiamo un bravo Brian Cox nei panni del padre dei fratelli: un vecchio uomo potente, schietto e prepotente, che perde sempre più la me- moria fino a spogliarsi completamente della sua personalità lasciando solo un’essenza di rabbia radicata dentro di sé.

Insomma un interessante thriller inglese, un primo passo per un regista affermatosi da poco nel mondo dei lungometraggi, da andare a vedere, ma non rivedere.

 

Voto: 7

 

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