Cold War

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Zimna wojna – Polonia/Francia/Regno Unito 2018 – di Pawel Pawlikowski

Drammatico – 84′

Scritto da Enrico Cehovin (fonte immagine: imdb.com)

Polonia, primo dopoguerra. Quella tra un pianista e una cantante è una storia d’amore difficile. Una storia che si consuma in 15 anni, attraverso tutta l’Europa, tra torti subiti e perpetrati, in una costante altalenanza di dividersi e ritrovarsi, dettata da distanze umane non prettamente imposte, spesso dovute a inclinazioni personali più che a un fato avverso o un contesto sociale ostile.

La distanza tra esseri umani e l’impossibilità alla felicità in questa vita terrena viene espressa da Pawlikowski attraverso le performance sonore e canore dei due protagonisti che evolvono con il passare degli anni e con il mutare dei sentimenti dei loro esecutori. Ora insieme, ora separati, i momenti musicali si susseguono: ora è lui a dirigere la performance canora di lei, ora è la voce di lei ad accompagnare lui al pianoforte; ora è lei a cantare da sola in un locale, ora è lui a sfogarsi in un rapsodico assolo di pianoforte durante una jam session, vero e proprio specchio dell’anima tormentata e nevrotica del pianista. Senza preamboli, senza dilungamenti, le brevi scene in Cold War si susseguono scandite da pochi secondi di nero in testa e in coda ad ogni sequenza che cadenzano il ritmo del film con ellissi temporali millimetricamente efficaci. Spesso, immersi nelle vertiginose profondità di campo di uno scintillante bianco e nero, si ha la sensazione di trovarsi dinanzi a situazioni che hanno tutti i presupposti per dilatarsi in lunghi piani-sequenza e che invece vengono sempre ridotti all’essenzialità del momento che si vuole raccontare, garantendo un senso di precisione nella comunicazione calibrato alla perfezione, che spesso attinge dal linguaggio del cinema muto per imprimere sulla pellicola l’espressività di azioni, sguardi e gesti.

Le affinità con il cinema di Michelangelo Antonioni, sia da un punto di vista tematico sia da un punto di vista formale sono molte – evidente il rimando diretto a L’eclisse, nome di uno dei locali in cui la protagonista si esibisce – con bianco e nero brillante e che si fa forza del netto contrasto tra le due componenti cromatiche utilizzate. Altrettanto evidenti sono però quelle con il cinema di Rainer Werner Fassbinder, di cui questo film condivide il dolore di molte esibizioni e l’idea di ricreare in una storia personale il sentimento di un intero Paese. Come già Il matrimonio di Maria Braun raccontava attraverso la sua protagonista la storia della Germania dal finire della Seconda Guerra Mondiale lungo gli anni della Berlino divisa dal muro, così Pawlikowski fa della distanza di un conflitto amoroso una vera e propria guerra fredda dei sentimenti specchio del suo tempo.

 

Voto: 8

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