“Lazzaro”: intervista al regista Paolo Pisoni

Paolo Pisoni

Intervista di Antonio Falcone

Dopo aver visto il film Lazzaro, abbiamo intervistato il suo autore, Paolo Pisoni, che ringraziamo per la cortese disponibilità.

Regista e sceneggiatore, Pisoni è   nato a Genova nel 1977; ha seguito in qualità di assistente volontario la lavorazione del film con F. Volo Uno su due di E. Cappuccio (2006). 
Come film-maker ha realizzato numerosi cortometraggi e documentari, presentati in vari festival nazionali. 
Nel 2008 ha scritto e diretto il cortometraggio Metro, prodotto da Sky Cinema e Movida Entertainment.
 Nel 2014 ha inventato e realizzato Servito, fantomatico e bizzarro documentario western. 
Lazzaro è il suo esordio nel lungometraggio, un noir di cui è protagonista il personaggio che dà il titolo al film, interpretato da Tommaso Benvenuti, uomo schivo e taciturno, pochi amici (un prete, una prostituta, un transessuale), un lavoro notturno, la pulizia di fondi all’interno di stabilimenti  e scantinati; ma Lazzaro ha anche un secondo lavoro, al soldo della criminalità organizzata … Un giorno l’incontro con una affascinante donna (Elisa Zanotto) gli offrirà, forse, una possibilità di riscatto…

 Paolo, Lazzaro rappresenta il tuo esordio nel lungometraggio, un film indipendente, che rientra nel genere noir, di cui mantiene alcune caratteristiche basilari, come il porre in essere una simbiosi fra ambiente e personaggi. Ne è protagonista il Lazzaro del titolo, interpretato da Tommaso Benvenuti: il suo comportamento andrà a delineare nel corso della narrazione una sottile linea di demarcazione tra bene e male, tale da comportare una reciproca confluenza fra le due entità … Come nasce l’idea del film, di cui hai anche scritto la sceneggiatura, insieme ad Angelo Calvisi?

 “Sono partito da alcune immagini scaturite inconsciamente: un tizio che dovendo far sparire un cadavere lo priva delle prime cose che possono renderlo riconoscibile anche dopo molto tempo. Ovvero i denti e le impronte digitali. Ho immediatamente pensato che a livello cinematografico poteva essere interessante avere un personaggio che si guadagna da vivere proprio in questo modo, ma le cui azioni lasciano naturalmente strascichi nella coscienza.
 Affrontando i temi di colpa e redenzione, temevo il rischio di sfociare nel retaggio cattolico, nella realizzazione di un film moralistico, cosa che non volevo assolutamente.
Già nella fase di scrittura del soggetto mi sono così confrontato con Angelo, e la sua intuizione di spingere la storia verso toni più ambigui è stata quindi una benedizione”.

Mi ha molto colpito nel corso della visione l’uso di una fotografia in bianco e nero, che accentua quella linea d’ombra di cui si è detto prima, ma, soprattutto, visualizza un’atmosfera al contempo reale ed astratta, quasi sospesa nel tempo. La città di Genova viene ripresa come fosse un’anonima metropoli moderna, una sorta di “non luogo”, senza evidenziare i suoi angoli più caratteristici, filmandola quindi dal punto di vista dei personaggi, “inseguiti” passo dopo passo con la macchina a mano, lasciando che le loro modalità esistenziali ce ne rivelino gradualmente la personalità …

 “Nel film ci sono molti non luoghi. La geografia degli ambienti e della città mi interessava solo dal punto di vista narrativo. Non volevo una città riconoscibile, quanto piuttosto un ambiente vivo che inghiotte i personaggi e li contestualizza nell’epoca attuale.
Sono genovese e ho inquadrato la città come me la sento addosso, senza mai pormi il problema di restituirla in immagini cartolina”.

Lazzaro, ma anche le persone che gravitano intorno a lui, vedi il prete disilluso (Angelo Calvisi) o la donna (Elisa Zanotto) che, senza svelare troppo, in certo qual modo gli farà intuire per cosa valga la pena vivere, appaiono come “cadaveri che camminano”, riprendendo le parole del prelato di cui sopra. Questo fino a quando non avverrà una particolare “offerta di sé” da parte del protagonista, credo da intendersi anche misticamente, il quale lascerà, come i ragni da lui amati, la tana in cui si è rinchiuso per potersi sentire al sicuro … Vedi dunque così l’umanità, auto reclusa in un rifugio, volta a lasciarsi vivere in attesa di trovare un senso da conferire alla propria esistenza?

“Ogni  essere  umano  si  trova  prima  o  poi  a  fare  i  conti  con  la  morte.  Questo  non  significa assolutamente avere una visione pessimistica della vita tanto da rinchiudersi in un rifugio e attendere il trapasso. Mi rendo conto che esporre in maniera così diretta l’idea che siamo cadaveri che camminano, per citare il prete disilluso, può risultare fastidioso.
Addirittura presuntuoso e nichilistico. Ma nel film credo di aver aperto anche alcuni spiragli di speranza. 
Poi, se mi permetti di dilungarmi, posso dire che Lazzaro è figlio di un tipo di cinema che ho assorbito, un cinema non rassicurante che tuttavia incontra il mio gusto e che quindi trovo naturale riproporre filtrandolo attraverso le mie esperienze”.

Ho trovato piuttosto suggestivo anche il motivo sonoro (Nicolò Mulas) che attraversa il film, del tutto in linea con l’andamento narrativo, mai invadente nel sottolineare alcune sequenze, anzi, direi che al riguardo sostituisce egregiamente il ricorso alla voce fuori campo del protagonista, proprio dei noir più classici.

Tommaso Benvenuti

 “Mulas è un talento. Una persona dotata. Insomma, uno che fa bene qualsiasi cosa. 
Già nella fase di premontaggio del film ha composto i temi principali, creando un tessuto sonoro perfetto per la storia. Alcune parti le ha musicate praticamente live, restituendo le emozioni delle scene che vedeva. Migliorandole molto con le sue note. In altre sequenze il lavoro è stato opposto. Ho montato sulla musica. Credo di non esagerare dicendo che la colonna sonora è di livello superiore”.

Parliamo ora, in chiusura, della situazione attuale del nostro cinema. Personalmente ho l’impressione che, rispetto, per esempio, agli anni ’60-’70, si sia persa un po’, tranne qualche eccezione, soprattutto recente, la voglia di affrontare i diversi generi cinematografici, servendosene quindi per i fini narrativi, così da diversificare l’offerta e andare incontro ai gusti del pubblico. Resiste, forse, al riguardo, il cinema indipendente, per quanto ritengo che, ancora prima della produzione, il nodo più difficile da districare in tale ambito sia quello della distribuzione. Tu che ne pensi?

 Vero che i film italiani di genere non transitano quasi più al cinema. E per genere intendo horror, thriller e addirittura western. C’è pero da dire che molta fiction televisiva affonda le mani nel filone crime, tenendolo comunque vivo. Pericle il nero, Senza nessuna pietà , per citare due titoli che ho apprezzato, tentato di dare una continuità a ciò che passa in tv. 
I film di Alhaique e Mordini però te li devi andare a cercare perché non hanno la spinta distributiva di Spielberg! 
Oggettivamente produrre e distribuire un film fuori dagli standard vuol dire fare un salto nel vuoto, andando spesso a rimetterci. Il cinema indipendente, inteso più che altro come cinema a basso budget che raramente sfocia in perdite colossali, può tuttavia ritagliarsi ancora uno spazio di visibilità attraverso i festival, i cineclub, e soprattutto internet.
Questa è sicuramente la nuova frontiera distributiva. Netflix ce lo insegna. 
Comunque, per concludere, tralasciando il discorso legato all’industria, credo che se qualcuno ha voglia e forza di raccontare una storia per immagini in qualche modo riesce ad arrivare ad un pubblico”.

(Antonio Falcone)

2 risposte a "“Lazzaro”: intervista al regista Paolo Pisoni"

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