A History Of Violence

USA-Germania, 2005- di David Cronenberg

Thriller/Drammatico- 96′

Scritto da Marco Biasio (Fonte immagine: MyMovies)

La vita di Tom Stall, piccolo proprietario di una tavola calda a Millbrook, nell’Indiana, verrà sconvolta a seguito di una rapina in cui, con insolita freddezza, ucciderà i due malviventi. La sua famiglia modello va lentamente allo sfascio, mentre all’orizzonte appaiono nuovi, inquietanti personaggi legati alla criminalità irlandese di Philadelphia. Ma chi è quel Joey Cusack con cui identificano Stall? E, soprattutto, quali i legami del ristoratore con questi mafiosi?

“Tu sei l’uomo più buono che io abbia mai conosciuto” La famiglia di Tom Stall è quella tipicamente forgiata sull’american dream. Padre proprietario di una piccola tavola calda a Millbrook, madre bionda e in carriera, figlio grande al college tra amori alcolici e persecuzioni dei bulli fighetti di turno, figlia piccola tutta sua mamma. Un quadro di serenità assoluta, con giusto qualche graffio in superficie per non dare soddisfazione ai detrattori di turno. Tom e sua moglie Edie sono la coppia perfetta. Lui, adottato in giovane età da una coppia di Portland: lei, di buona famiglia e bellissima. Si amano, ancora appassionatamente. Una sera, lei lascia la piccola Sarah alla bambinaia. Jack, il primogenito, è dall’amica Jenny a bere. In apparenza a studiare, ma tutti sappiamo quanto fragile può essere un’apparenza, vero? Vestita di tutto punto, come una scolaretta, perché “non abbiamo mai vissuto da adolescenti insieme”, stuzzica le fantasie del marito. Fanno l’amore, appassionatamente. “Sono il figlio di puttana più fortunato del mondo”, sussurra lui.

L’effetto farfalla ci spiega, con tinte variamente apocalittiche, come sia sufficiente un batter d’ali d’insetto nell’emisfero nord della Terra per provocare un uragano all’altro capo. In un attimo, l’armonia delle cose può essere dissolta. E per conoscere il lato oscuro delle cose, devi essertene già sporcato le mani. All’inizio non appare evidente. I malviventi che decidono di rapinare il ristorante di Stall sono dei professionisti senza alcuno scrupolo. Li vediamo, all’inizio, con un piano sequenza magistrale, soffermarsi in un piccolo bar nella provincia della provincia, massacrare barbaramente la commessa per qualche dollaro e poi, tornando dentro per riempire un contenitore d’acqua (anche il radiatore vuole la sua parte?), far fuori sua figlia, svegliatasi nel momento meno opportuno. A History Of Violence. Peccato che, alla minaccia concreta di uccidere una cameriera sua cara amica, non facciano i conti con la reazione del protagonista. Nemmeno un coltello conficcato in un piede riesce a fermarne la furia: i due finiscono a terra, l’uno riempito di pallottole nel petto, l’altro con la faccia sfigurata da una caraffa di caffè e con il cervello saltato in aria per uno sparo. La minaccia è sventata, le vite dei bravi cittadini di Millbrook sono al sicuro: Tom Stall è diventato l’eroe nazionale. A History Of Violence.

La poetica del maestro Cronenberg, da sempre fautrice di messaggi forti e shockanti che partono dall’analisi del corpo umano e dalle sue trasformazioni, si trasferisce in un thriller psicologico dall’impatto visivo vivido e straordinariamente pressante (non è un caso che la storyline sia, originariamente, appannaggio dell’omonima graphic novel disegnata da John Wagner nel 1997). Atipico nella durata, nello svolgimento, nella caratterizzazione dei personaggi, “A History Of Violence” ha la freddezza gelida dei ghigni di un Viggo Mortensen ai massimi livelli, libero dai legacci e dagli sbrodolamenti fantasy di mr. Jackson, dell’abbraccio giudaico che Richie Cusack (William Hurt) riserva a suo fratello – comunicandogli serafico la necessità impellente della sua morte -, della reazione scomposta del bullo Bobby (Kyle Schmid) alla partita di baseball, quando un fuoricampo eccezionale viene stoppato, Deo gratia, da Jack Stall (un eccellente Ashton Holmes). Il regista canadese è l’Henry Wotton della celluloide: lo scienziato, il microbiologo che osserva, su un vetrino, il concatenarsi degli eventi, scatenati da un fatto improvviso ed inaspettato.

Fatto sta che l’aggressione subita turba Stall in maniera profonda. L’attenzione del paese si accende su di lui, la stampa ne parla diffusamente: troppo diffusamente. Dei computi signori si presentano al suo ristorante, lo chiamano Joey Cusack e lo invitano a ritornare a Philadelphia. Una, due volte. “Non vi conosco e non ho mai visto Philadelphia”, è la risposta perplessa dell’interessato. Lo seguono, lo spiano. Perseguitano la sua famiglia, insinuano dubbi in Edie. “Gli chieda come mai è così bravo ad ammazzare” dice, avvicinandola in un centro commerciale, il più vecchio dei tre, uno sfregiato che si fa chiamare Carl Fogaty. Ricerche accurate, ad opera dello sceriffo, dimostrano l’appartenenza del gruppo alla malavita organizzata, di ceppo irlandese, insediata nella cittadina americana. Cos’avrà mai a che fare un serafico ristoratore con una cricca di mafiosi? Se lo chiedono sua moglie, i figli, il vigilante, lo stesso Tom. Il gioco psicologico continua, fino a che non si presentano alle porte di casa sua, sequestrando Jack e costringendolo a seguirli. Dapprima accondiscendente, subito Stall subisce una metamorfosi che lo porta a compiere un massacro. I due uomini di fiducia di Fogaty finiscono a terra, privi di vita. Il capo della banda sembra avere la meglio, quando una fucilata da tergo gli fa esplodere i visceri. È stato proprio Jack a sparare. A History Of Violence.

Il protagonista si avvicina a suo figlio: l’andatura caracollante, la faccia deformata, i lineamenti contratti, il sangue sul volto, la bocca spianata in un ghigno all’ingiù che cancella ogni sentimento positivo. Jekyll diventa Hyde. Tutti gli equilibri sono ormai saltati. Tom Stall non è mai esistito, al suo posto c’è Joey Cusack, bandito di Philadelphia. La famiglia perfetta dell’inizio ora è un incubo a cielo aperto, un’alcova di paura e perversione. Edie ha subito, passiva, un inganno magnificamente orchestrato, ha amato un uomo che non è mai esistito, si è sposata con una maschera. Cronenberg caratterizza i personaggi con profondissimi risvolti interiori: la disperazione di una vita distrutta si rivolta sulle espressioni facciali, sulle abitudini, sui comportamenti, nel vuoto di un’esistenza fasulla senza più alcun valore.
Cusack cerca di far la pace con sua moglie ma questa si rifiuta, lo colpisce e scappa via. Lui la
rincorre e con forza animale la violenta sulle scale. Nessun amore, nessuna delicatezza. Il
romanticismo di inizio pellicola evapora a contatto con il crudo istinto, la ferocia, l’á¼OEτη omerica che induce alla follia.

Un uomo, se nasce quadro, non muore tondo: ecco la perfetta sintesi cronenberghiana. A mutare non è, questa volta, la fisionomia ma la psicologia: e come in “Videodrome” le allucinazioni indotte da un segnale televisivo massonico deformavano la realtà, riuscendo addirittura ad ibridare pistole nelle mani, o ne “Il Pasto Nudo” l’abuso di disinfestante per scarafaggi proiettava una lucida schizofrenia bukowskiana dentro una vita di alcol e desolazione, “A History Of Violence” mostra il lato oscuro dell’uomo a dispetto di ogni indoratura od occultamento. I fantasmi del presente passato continueranno a tormentare il protagonista, sino alla fine. Dove il codice d’onore del crimine annienterà addirittura i flebili legami di fratellanza ed il rosso del sangue sarà l’unico colore che prevarrà sulle tinte mogano dei mobili, sulle striature dei gessati, sul tenue verde di un lussuoso giardino. Violenza e disumanità, ieri come oggi, a cui viene risposto con violenza e disumanità. L’amarissimo finale non prevede parole, tantomeno vincitori: le lacrime non scintillano solo negli occhi sofferenti di una grande Maria Bello.

Voto:8

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