L’uccello dalle piume di cristallo

 

Luccello-dalle-piume-di-cristallo-LOCANDINA

 

Italia-Germania Ovest, 1970- di Dario Argento

Giallo/Noir-96′

Scritto da Marco Biasio (Fonte immagine: Tutti i colori del giallo)

Un giovane scrittore americano in crisi creativa, Sam Dalmas (Tony Musante) viene consigliato dall’amico Carlo (Renato Romano) di passare un soggiorno a Roma con la fidanzata Giulia (Suzy Kendall) per ritrovare pace ed ispirazione. Se non fosse che, testimone involontario di un tentato omicidio ai danni di una giovane gallerista, Monica Ranieri (Eva Renzi), sarà presto coinvolto in una torbida spirale di delitti per mano di un maniaco che uccide solo donne. L’unica speranza di cattura del colpevole è in un particolare dell’aggressione che il ragazzo, quella notte, ha colto, ma che non ricorda…
Sam Dalmas è stato il principale testimone di un tentato omicidio in una galleria d’arte. Riesce ad attirare l’attenzione dei passanti, a chiamare la polizia e a soccorrere la proprietaria sofferente, Monica Ranieri, malgrado l’aggressore, già autore di tre efferati delitti a carico di giovani donne, se la dia a gambe. Ma Sam Dalmas ha visto anche qualcos’altro: “nel mio ricordo c’è un particolare che non quadra”, è una delle prima frasi confidate al commissario Morosini, accorso sulla scena del crimine. La realtà, in sostanza, è ciò che davvero vediamo o che pensiamo di vedere? Senza tuffarsi in lynchiane matasse di ingarbugliate e metaforiche riflessioni introspettive, Dario Argento pone il quesito, in maniera ogni qual volta discreta ed implicita, lungo tutto il mordere del suo esordio cinematografico, del quale abbiamo già trattato lateralmente in occasione della recensione sulla splendida colonna sonora di Ennio Morricone.

Seguendo pedissequamente quelli che, da lì a pochi anni, saranno universalmente riconosciuti i suoi tratti registici principali – l’attenzione ieratica al dettaglio, le ambientazioni in città grandi e desolate, il gusto per i primi e primissimi piani, il colpo di scena – il regista romano incasella, nella sua città natale, uno dei suoi gialli in thrilling più riusciti di sempre, a tratti privo dell’esacerbato dinamismo poliziesco del successivo “Il gatto a nove code” (pellicola, in seguito, rinnegata dallo stesso cineasta per la sua eccessiva “americanità”) ma con parecchie ipoteche sull’agire dei lungometraggi successivi, “Profondo rosso” in primis. Non si può nemmeno parlare, tuttavia, di auto plagio successivo, giacché i due film non differiscono fra loro solamente per linee sommarie riconducibili al pathos, al sangue e al genere inquadrabile, ma anche nella sequenza precisa che determina l’inconscia memorizzazione del colpevole: se nel secondo l’azzardo più forte di Argento era stato quello di mettere, da subito e sotto l’occhio di tutti, l’assassino, ne “L’uccello dalle piume di cristallo” lo spettatore non è a conoscenza, neppure marginalmente, di ciò che vede il protagonista e, conseguentemente, del suo ragionamento deduttivo che, bene sottolinearlo, neppure lo aiuterà, fino al riscontro dell’evidenza formale.

Il significato del titolo, legato ad un volatile – l’Hornitus Nevalis – nella realtà inesistente, si esplicita pienamente solo nel finale convulso e febbricitante, laddove una telefonata di minaccia dell’assassino ad un discreto Tony Musante tradisce, sullo sfondo della voce filtrata e distorta, uno strano verso ovattato, emesso dall’animale in uno zoo nei pressi di una casa già frequentata nella storia. Quando tutto, seppur con qualche perplessità, sembra però tornare al proprio posto (o quasi), ecco che la domanda chiave si rifà sotto con prepotenza: cosa si è visto realmente, lo scorrere oggettivo dei fatti o una propria interpretazione? Il plot tenderà, chiaramente, verso quest’ultima ipotesi.

Grazie ad un cast di attori ancora novelli, escludendo un ottimo Enrico Maria Salerno e Mario Adorf nei panni del bizzarro pittore rurale Berto Consalvi, Argento manovra i fili della tensione a piacimento e lascia l’osservatore in uno stato di fremente attesa, dispiegata con sapienza attraverso il dosaggio accurato delle morti (con un omicidio, il quinto in ascesa cronologica, quasi fulciano per ferocia), puntellata dalle classiche comparse macchiettistiche da sempre tipiche della sua – fragile –sceneggiatura (il protettore in prigione, il “Filagna”, il pugile sicario) e scossa con inquietudine tra le maglie dei due inseguimenti principali, ai danni del protagonista in una rimessa di autobus e della sua fidanzata Giulia (Suzy Kendall, nota anche per la partecipazione a “Spasmo” di Umberto Lenzi), asserragliata in casa sotto i colpi del criminale – o del suo complice? – in un crescendo tutto da gustare, con un Morricone sugli scudi.

Inevitabile, in calce, che l’oggetto feticcio dal quale lasciare sgorgare il torrente di rivelazioni sia un quadro, perlopiù naif, ancora una volta in connessione con l’universo dei sogni e della psicologia: proiezione di un cinema, quello della prima fase argentiana, tutt’altro che elitario, eppure capace di profonde analisi interne, a conti fatti decisive nel distinguerlo (e nobilitarlo) rispetto ai concorrenti di volta in volta più cinici (Mario Bava), shockanti (Lucio Fulci) o versatili (Elio Petri). Ma anche specchio sul quale riflettere le solite, grandi pecche della sua produzione: impalco scenografico sicuramente compreso, preda di alcune gravi incongruenze nelle morse finali della trama. Difetto, ahimè, prolungatosi troppo a lungo e cruccio immancabile anche dei suoi film più forti: il momento in cui è passato in secondo piano è coinciso, freddamente, con l’esaurimento totale delle cartucce inventive del regista, ormai in irreversibile stasi creativa da un quindicennio. Preferiamo, e di gran lunga, ricordarcelo così. Da riscoprire.

Voto: 8

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