The Wild Pear Tree

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Ahlat Agaci – Turchia/Macedonia/Francia/Germania/Bosnia Erzegovina/Bulgaria/Svezia 2018 – di Nuri Bilge Ceylan

Drammatico – 188′

Scritto da Enrico Cehovin (fonte immagine: movieplayer.it)

A quattro anni di distanza dalla vittoria della Palma d’Oro con Il regno d’inverno – Winter Sleep, il regista turco Nuri Bilge Ceylan torna in concorso al Festival di Cannes con The Wild Pear Tree.

È la storia di un ragazzo, Sinan, che, terminati gli studi, torna alla sua città natale, Çanakkale. Ha il sogno di diventare insegnante e scrittore. Vuole scrivere un romanzo che racconti il suo Paese: non importa se fallimentare, non importa se non lo leggerà nessuno, il suo interesse è raccontarlo. Vari incontri si susseguono e Sinan deve tenere anche in piedi un difficile rapporto con i genitori, soprattutto con il padre: tutti elementi di cui si nutre e che andranno a confluire nel suo romanzo.

Il problema di The Wild Pear Tree sta nella scelta del mezzo.

Se il mezzo per esprimersi scelto dal protagonista del film è un libro, il mezzo scelto da Nuri Bilge Ceylan è un film, e in quanto tale non solo parole, ma anche musica e immagini. Purtroppo però The Wild Pear Tree è un ininterrotto vomitare di parole di 3 ore e 10 in cui, per buona parte del tempo le immagini non aggiungono niente alla visione, riducendo il film a un puro ascolto di dialoghi (o a una lettura dei sottotitoli). Quella che viene quindi a mancare è l’aderenza tra la materia trattata e il mezzo per esprimerlo, con uno sbilanciamento totale verso la parola. Il cinema di Ceylan, da sempre bilanciato tra dialogo, paesaggio e simbolismo, perde la misura della giusta combinazione fra le tre parti.

Dove Il regno d’inverno – Winter Sleep, con cui The Wild Pear Tree condivide la mastodontica durata e la mole della sceneggiatura, mette in relazione immagini e parole in un rapporto in cui le une negano le altre e rendendo di fatto la fruizione visiva indissolubile da quella uditiva salvo sfalsarne completamente il senso, The Wild Pear Tree si riduce per buona parte del tempo ad essere un audiolibro. Un audiolibro interessantissimo, ma pur sempre un audiolibro.

Il paesaggio esteticamente ineccepibile è sempre stato per Ceylan componente fondamentale. Lo sono le montagne rocciose innevate de Il regno d’inverno – Winter Sleep, specchio della condizione del protagonista; lo sono le colline avvolte nella notte e sferzate dai fari e dalle torce della polizia, i cui fasci di luce rappresentano lo sguardo dell’indagine, di C’era una volta in Anatolia; lo sono le nuvole alterate nei colori come alterati sono i valori di un intero Paese in Tre Scimmie. In The Wild Pear Tree invece la nebbia, la neve, l’albero mosso dal vento, sono solo sprazzi a cui non viene mai dato il giusto tempo e il giusto spazio per dialogare con la sceneggiatura e creare quella sintonia che unisce ed eleva il tutto.

Anche il simbolismo, da sempre cardine del cinema di Ceylan – come il cavallo bianco impantanato nel fango de Il regno d’inverno – Winter Sleep o la mela che rotola nel ruscello simboleggiante l’intoppo nelle indagini di C’era una volta in Anatolia – sono qui meno ispirate, su tutte proprio l’ultima che dovrebbe essere la più forte, memorabile ed efficace ed è invece relativamente banale, ovvero il pozzo che sta a significare “pur avendo toccato il fondo bisogna continuare a scavare”.

La giusta combinazione tra dialogo, paesaggio e simbolismo trova un equilibrio appena nell’ultima mezz’ora, ma è ormai troppo tardi.

C’è da aggiungere poi, e se non altro da sperare, che la copia passata al festival di Cannes sia una copia-lavoro non ancora del tutto finita, vista l’enorme quantità di errori di montaggio, carrelli traballanti e problemi di fotografia tra color correction non finite ed esterni sfondati. Elementi perdonabili, forse, a un esordiente, ma non di certo al regista Palma d’Oro per come ci aveva abituati formalmente con i suoi film precedenti (uno su tutti C’era una volta in Anatolia).

Voto: 5

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