Dogman

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Dogman – Italia/Francia 2018 – di Matteo Garrone

Drammatico – 102′

Scritto da Enrico Cehovin (fonte immagine: it.ign.com)

Un paesaggio spettrale, fatto di sabbia e cemento. Un ambiente a cavallo tra la desolazione del Far West e le macerie di un futuro post atomico. Ecco il sapore che ha l’ex base militare in disuso adibita a paese povero della periferia romana. Una sala giochi, un meccanico, una gioielleria e un salone di toelettatura per cani. Dogman è il nome, sia di quest’ultimo negozio, sia di questo film, sia della professione del suo protagonista, Marcello, “er Canaro”. La storia è la sua, e del suo rapporto con Simone, energumeno del paese, dalla massiccia stazza, che Marcello vive un po’ come fratello maggiore di cui subisce l’influenza. La loro fisicità è contrapposta, così come la loro idea di abitare la loro piccola società: Simone è un prepotente, sottomette fisicamente tutti e da tutti si fa odiare; Marcello, al contrario, vuole essere accettato, benvoluto, occupare il suo piccolo spazio in armonia con gli altri. Marcello, in fondo, è un uomo buono che vuole bene alla figlia, ai cani, e persino a Simone. E Marcello coi cani sa trattare, di tutte le stazze, dai piccoli e affettuosi ai colossi violenti come Simone.

Dogman è basato su un fatto di cronaca avvenuto nel 1988, che vide “il Canaro della Magliana” Pietro De Negri uccidere e mutilare l’ex-pugile, bullo locale, Giancarlo Ricci, rinchiudendolo in una gabbia per cani e finendolo con una mazzata in testa. L’approccio con cui Matteo Garrone sceglie di mettere in scena la materia però non è una mera cronaca degli eventi, bensì una ricerca dell’intimità dei personaggi e del valore degli ambienti – emblematico a tal riguardo come Garrone sintetizza il degrado di Marcello e l’amore che nutre per il cane con cui condivide la pastasciutta dallo stesso piatto in un’unica inquadratura. Ciò che interessa al regista è seguire il percorso che porta alla violenza che, contrariamente a quello che ci si potrebbe aspettare, non è una vendetta culmine di una serie di soprusi, bensì una scelta morale dettata dal volere di farsi accettare in una società che lo ha rifiutato e da cui si è fatto rifiutare. Non è un caso che in tutta la parte finale – come già si vede dal poster – Marcello porti su di lui l’enorme mole del cadavere di Simone, come fosse un trofeo da esibire, non un fardello da portare, ed emblema di un’azione totalmente vana ai fini della sua accettazione, perché vittima di se stesso e delle sue azioni prima che di quelle degli altri, ormai totalmente invischiato in un comportamento malsano che lo relegherà al distacco da tutto e tutti.

Quello che manca a Dogman è lo slancio innovativo – emblematico in questo senso il mettersi in gioco per il regista di Gomorra con Il racconto dei racconti, superando a pieni voti la sfida – ma Garrone ha dalla sua una maturità artistica, conquistata ormai da almeno una decade, che gli permette di dire esattamente ciò che vuole come lo vuole. Dogman è un film che a tanto voleva ambire e a tanto arriva. E nel suo è perfetto.

Voto: 8

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