The counselor – Il procuratore

the counselorThe Counselor – GB/USA 2013 – di Ridley Scott – gangster/thriller – 117′Scritto da Alessandro Giovannini (fonte immagine: imdb.com)

Un ricco avvocato americano (Michael Fassbender), fidanzato ad una bellissima donna (Penélope Cruz), per pura e semplice avidità si accorda col malavitoso Reiner (Javier Bardem), compagno della spregiudicata Malkina (Cameron Diaz) per un affare di droga che può fruttare 20 milioni di dollari. Fa da intermediario per l’operazione l’ambiguo We- stray (Brad Pitt).

Ecco un film che lascia ben poche speranze circa il futuro della razza umana. Ultimamente sembra che siano i grandi maestri del cinema americano ad indicare la direzione del nichilismo estremo cui la società occiden- tale sta indirizzandosi: mi riferisco a Woody Allen con il suo Blue Jasmine e a Martin Scorsese con The Wolf  of Wall Street (si potrebbe indicare anche il recente American Hustle, ma quello si occupa di un piano maggiormente politico mentre per questo film l’approccio è diverso, come leggerete più avanti). Una società in cui lo status è tutto e pur di mantenerlo (anzi, di scalare ancora di più la cima del potere e della ricchezza) non si esita a distruggere e distruggersi. Un archi- tetto giapponese di cui non ricordo l’identità disse che la sua sensazione circa lo scopo della costruzione di grattacieli sempre più grandi fosse il futuro piacere di vederli crollare. C’è un indubbio piacere nella distruzione, perchè esalta la volontà di potenza dell’individuo: quello che traspare dai comportamenti dei personaggi di The Counselor è una volontà (forse inconscia) di distruggere tutto. Sono come dei drogati: sanno che le loro azioni possono condurli solo alla rovina a lungo andare – prima o poi tutti perdono al tavolo da gioco – eppure non possono smettere, agiscono compulsivamente contro qualcuno o qualcosa, e non sanno nemmeno perchè, come  i messicani che trasportano clandestinamente, oltre ai carichi di droga, anche un cadavere in putrefazione al di là e al di qua del confine. Loro obbediscono semplicemente a ordini superiori (e qui si possono aprire le solite riflessioni sulla banalità del male), ma ci interessa di più il comportamento dell’avvocato, che non agisce per alcuna volontà che non sia la propria. Quando il suo socio gli chiede come mai abbia deciso di gettarsi in una simile impresa risponde francamente “per avidità”. Quando il suo referente per l’operazione lo mette ripetutamente in guardia dai rischi a cui può andare incontro, lui risponde serenamente di esserne consapevole.

Tutti sono consapevoli di tutto, accettano queste regole pur sapendo il terribile prezzo da pagare (come spiega sempre il personaggio interpretato da Brad Pitt, anche una punizione corporale quale una mutilazione non ha nulla di personale, sono solo le regole del gioco; e quando sbagli non importano i motivi, anche se hai sbagliato non per colpa tua dovrai pagare, perchè sono le regole del gioco).

Ridley Scott poi si diverte molto a mettere in scena la sceneggiatura nient’affatto politically correct di McCarthy: il popolo messicano è dipinto come una manovalanza criminale senza cervello, poco più che bestie ammaestrate che lavorano per criminali ancor più ricchi e temibili; parlano poco e si limitano ad eseguire gli ordini, pulendo camion da sangue ed altra sporcizia, contrabbandando, uccidendo… Tutto questo evidentemente per pochi spiccioli, dato che vivono in catapecchie fatiscenti da favela sudamericana. Ma attenzione: qui siamo al di là della semplice critica al capitalismo coi ricchi che vivono sulle spalle dei poveri, la critica è più generale, più antropologica che politica; l’umanità viene criticata in quanto promotrice e complice dello sfruttamento reciproco. Il discorso va cioè più in profondità dell’analisi di un certo tipo di governo, di un certo tipo di politica: questi aspetti sono del tutto assenti nel film, lo Stato non esiste proprio in questa vicenda. E’ invece un discorso sulla natura dell’uomo, sulla sua intrinseca malvagità, intesa come incapacità di fare del bene. Si può pensare che ci sia in tutto questo una figura positiva, semplice vittima delle circostanze, ovvero la fidanzata dell’avvocato. In realtà però possiamo intuire che lei si renda conto del lato oscuro dell’uomo ma scelga di non volerlo vedere, perchè affascinata da lui, dal suo potere, dal suo indubbio bell’aspetto, dai suoi soldi, dal suo status (e ciò fa di lei un personaggio estremamente simile alla già citata Jasmine Allen-iana), dalla sua virilità. In effetti, anche se l’avvocato sembra struggersi pensando a cosa possa capitare di brutto alla sua compagna, per tutto il film vediamo che fra i due l’unico legame che li tiene uniti è l’interazione erotica: Scott ce li presenta a inizio film sotto le coperte dopo un rapporto amoroso, poi ce li mostra al telefono a fare “sesso telefonico”, persino la proposta di matrimonio sembra ridursi ad una mera transazione commerciale (lui le regala un costosissimo anello con diamante). La ruvidezza della scrittura filmica sta anche qui, nel “maschilismo” della pellicola: le donne servono agli uomini solo dal punto vista erotico, per il resto rimangono un mistero insondabile. Per questo Reiner confessa all’avvocato di non riuscire a capire i comportamenti di Malkina (in una scena grottesca che rimane impressa a visione conclusa), anzi di avere paura di lei. La donna è un concentrato di pulsioni animalesche che l’uomo non sa minimamente come affrontare o interpretare, e di cui alla lunga è destinato a cadere vittima.

In un film così pregno di significanza, pare quasi superfluo parlare degli aspetti tecnici, per di più chi conosce Scott sa che non ha nulla da dubitare circa la sua padronanza registica, nè si può far altro che elogiare il sempre ottimo montaggio di Pietro Scalia, suo abituale collaboratore. Una nota di merito va scritta per le scenografie di Arthur Max, che specie negli interni è in grado di restituire una sensazione di lusso sfrenato però ben poco attraente: grandi spazi abitativi ipermoderni tutt’altro che accoglienti, vuoti come il cuore di chi ci vive.

The Counselor è un gran film, un ottimo modo per iniziare il 2014 e una grande ripresa per il regista inglese dopo lo scricchiolante Prometheus. Vogliamo trovargli un difetto? L’eccessiva letterarietà di alcuni dialoghi (aspetto tuttavia non così incisivo come molti hanno scritto), qualche breve episodio collaterale gettato lì e poi trascurato (il venditore di diamanti, la madre in prigione). Piccolezze, comunque.

Voto: 8

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