Tetsuo

 

Giappone, 1989- Di Shin’ya Tsukamoto- Horror / Fantascienza / Azione- 67′- Scritto da Marco Biasio (Fonte immagine: FilmTv)

 

Un feticista del metallo (Shinya Tsukamoto), dopo un tentato innesto di un tubo sul femore, non riuscito, viene investito da un’automobile guidata da un modesto impiegato giapponese, Tomoo Taniguchi (Tomorowo Taguchi). Da questo momento in poi l’esistenza di quest’ultimo sarà completamente sconvolta.

C’è un uomo solo (Shinya Tsukamoto), ripreso da dietro, che cammina in uno spazio industriale chiaramente dismesso. Il suo atteggiamento, nonostante l’ambientazione del tutto inconsueta, è disinvolto, pervaso quasi da una spacconeria gratuita: la naturalezza e la tranquillità con la quale si muove fra baracche fatiscenti e cumuli di detriti sembrano alienanti. Ma il suo non è un girovagare senza meta: d’improvviso si dirige verso un edificio secondario, vi entra e, dopo essersi spogliato, si squarcia una gamba con una coltellata, per poi impiantarsi, sul femore scoperto, un tubo di metallo precedentemente afferrato. L’inquadratura si riduce ad un groviglio di fili elettrici, cavi, addirittura piccoli dipinti di atleti olimpionici su antichi crateri che bruciano all’istante, quasi il protagonista, col suo gesto, si fosse mutilato di un’essenza propriamente umana.

C’è un uomo disperato, che ama l’acciaio. La sceneggiatura è ambigua e non lascia intuire pienamente il perché di quanto appena successo (velleitario desiderio di trasformarsi in uomo-macchina o, più sottilmente, di divenire un super-atleta, un Pistorius pro tempore?), ma qualcosa evidentemente non va come dovrebbe. L’asfissia e la claustrofobia del circonvicino si tramutano, nel volto dell’individuo, in un’attesa sconosciuta e lancinante, in stille di sudore che grondano per il dolore e per la tensione, mentre si strappa via le bende dall’arto con frenesia. Il passo successivo è brevissimo: i suoi occhi si spalancano per il terrore ed il disgusto, mentre dentro la ferita, andata in cancrena, si muovono vermi e larve, frutto di un inevitabile rigetto. Via, allora: zoppicando ed ansimando, la telecamera fugge con il personaggio, entrambi spalancati in un disarticolato urlo di dolore. Lo zoom sul piede insanguinato, che poggia finalmente sull’asfalto di una stradina provinciale, è l’ultimo flash, prima dell’incubo: un’automobile piccola e modesta sopraggiunge dal fondo. Un sottile jazz cameristico irrompe con delicatezza su un sostrato fino ad allora di silenzio e agghiaccianti rumori industriali: “Welcome To The New World”, recita il parafango della macchina (e chi ha orecchi per intendere…), prima che tutto si dissolva nello schianto finale.

Da questo momento in poi Tetsuo – The Iron Man, esordio del giapponese Shinya Tsukamoto datato 1988, si trasformerà in una sorta di fumettone fantascientifico, di incontro/scontro fra due opposte visioni della vita. È l’apice cinematografico del filone cyberpunk, sviluppatosi intorno agli anni ’80, ed improntato sulla possibilità di alterare perpetuamente le funzioni del corpo umano, per ibridarle con le nuove tecnologie e dar vita, dunque, ad un essere perfetto, capace di azioni altrimenti impossibili (dal nome del romanzo manifesto di Bruce Bethke, 1983). Un montaggio sconnesso, inquadrature velocissime e spesso alogiche, improvvisi zoom che si alterano in terzi piani, un crudo bianco e nero che bene evidenzia il nervosismo della pellicola, dialoghi praticamente assenti – se si escludono alcuni segmenti nella parte centrale –, colonna sonora dell’ottimo Chu Ishikawa, sulla falsariga delle cacofonie industrial degli Einstürzende Neubauten di appena qualche anno prima, sono elementi cardine di 67 minuti rivoluzionari per il mondo del cinema.

Il volto dell’investitore si palesa in Tomoo Taniguchi (Tomorowo Taguchi), simbolo del Giappone che non deve chiedere, ma solo obbedire: modesto impiegato con pesanti occhiali cerchiati, giacche e cravatte in serie, una vita mediocre catalizzata dall’amore per la fidanzata ninfomane (Kei Fujiwara), per cui lo straordinario non esiste e, anzi, non deve esistere. La sua esistenza, già fratturata dall’incidente – ancora non sappiamo se mortale o meno –, subisce un’ulteriore svolta quando un mattino, facendosi la barba nel suo modesto appartamentino di Tokyo, scopre un filo metallico che gli spunta da una guancia. L’enorme sorpresa per l’identificazione e il successivo tentativo di rimuoverlo inondano di sangue, con gusto quasi splatter, il vetro dello specchio nel bagnetto, provocandogli una pesante lacerazione. È l’inizio della metamorfosi, e nel contempo della perdita graduale di razionalità della sceneggiatura: le azioni vengono intuite, più che capite, e non c’è alcuna spiegazione, nemmeno implicita, al frenetico avvicendarsi degli eventi.

Vediamo, quindi, come il nostro timido operaio, mentre si reca al lavoro in metropolitana, viene letteralmente assalito da una donna vicina a lui che, dopo aver toccato un rottame industriale, si ibrida in una sorta di androide. Giù per le scale sotterranee della metrò, dentro i ripostigli ed i magazzini, sino a finire alla periferia della città, in desolati e sudici garage meccanici, l’inseguimento fra i due è palpitante ed intensissimo e, dopo una lunga sequenza, si chiude con la morte – o lo spegnimento?- della donna. Ma un velocissimo cambio immagine ci proietta all’interno di uno spazio buio, fumoso, dove una sagoma ricoperta di fili si agita al suo interno, schiumante di rabbia e di frustrazione: di chi si tratta? L’abilità di Tsukamoto di rendere vividissimi lo squallore suburbano da bassethound delle ambientazioni e l’escalation di sbalordimento, da parte di Taniguchi, nel vedere il suo corpo trasformarsi, sfaldarsi, diventare qualcosa di simile ad un automa (celebre il frame in cui, sotto i suoi piedi, spuntano due piccoli razzi che lo fanno girare per una Tokyo assolata e deserta) rende Tetsuo un lavoro via via sempre più avvincente e coinvolgente, nonostante la frammentarietà dell’operato renda davvero ardua la comprensione del tutto.

Di notte il personaggio schivo ed introverso, in compagnia della partner, si trasforma in una selvaggia ed irrazionale macchina da sesso: il bilocale è teatro delle loro animalesche evoluzioni, che si contorcono fin sulle pareti, e poi per terra, convulse ed esaltate. Basta anche solo visionare la scena della cena in comune, successiva al primo amplesso, per poter inquadrare bene la dimensione della protagonista femminile, morbosamente attaccata al piacere fisico. Ma qualcuno, da lontano, non sembra essere soddisfatto della piega favorevole che stanno prendendo le circostanze: un’oscura maledizione sembra piombare sulla coppia, allorquando il membro di Taniguchi diviene un’enorme trivella rotante, con la quale l’uomo penetra inconsapevolmente la consorte, uccidendola. La trasfigurazione è completa: il dipendente statale non esiste più, al suo posto c’è un indefinibile ammasso di carne e tubi. Che ammazza. Senza pietà, né rimorsi.

La seconda metà del film (avete capito bene, si è solo alla mezz’ora) è praticamente impossibile da sostenere, se non con un’adeguata preparazione mentale: è necessario anche andare a leggersi qualche delucidazione via Internet, per non perdersi nelle fittissime trame che si intrecciano vorticosamente, in un’assoluta negazione del normale adattamento cinematografico. La vicenda comincia a ricostruirsi: nel momento immediatamente successivo alla collisione automobilistica, i due giapponesi avevano abbandonato il corpo della vittima in un boschetto, credendolo morto; la macabra atmosfera aveva poi eccitato la ragazza ad un punto tale da pretendere un rapporto sessuale sotto gli occhi agonizzanti dell’investito. Che, infine, era riuscito a sopravvivere e, dal suo delirio di acciaio e vendetta, aveva diretto una spietata punizione contro i fautori. La donna della stazione, la morte della ninfomane e la completa muta di Taniguchi in cyborg: tappe di un unico, grande castigo, orchestrato nei minimi dettagli. Ma, si chiederà lo spettatore, perché instillare nel proprio corpo apparati di metallo? È solo nel finale che si ha la piena risposta in quanto, prima, il montaggio è monopolizzato dalla lotta finale fra i due uomini/macchina, che si srotola per tutta la capitale andando a finire, lo avrete ormai capito, ancora una volta in spazi industriali bui, dismessi e diroccati.

Espliciti richiami erotici (i condotti degli esseri che si compenetrano l’un l’altro) e violentissime sterzate visive, come in un loop anfetaminico senza fine, rendono lo scontro un’agonia angosciosa, un’odissea mai provata prima: il risultato finale è la completa fusione fra di
essi, in un groviglio dalle fattezze di carrarmato, che si prepara a seminare morte e distruzione per il dominio del mondo. Quattro anni più tardi, con un budget decisamente più consistente e l’uso –sporadico, a dire la verità- del colore, Shinya Tsukamoto avrà modo di realizzare un sequel, sempre radicato in ideali cyberpunk, intitolato Tetsuo II – The Body Hammer. Inutile dire che sia la trama, notevolmente più ragionata, sia lo sviluppo, privo di quella sporcizia e di quella lucida follia del predecessore, saranno nettamente inferiori. Quello che vi rimarrà in testa di questo Tetsuo, però, se seguirete i consigli del sottoscritto, andrà oltre le sequenze shock, oltre la recitazione scomposta ed estremamente espressiva. Si sublimerà, finalmente, in quel “Game Over” beffardamente posto in chiusura di lavoro. Neanche fosse stato tutto un videogame.

Voto: 9

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