Smetto quando voglio

smetto quando voglioItalia 2014 – di Sydney Sibilia – commedia – 100′Scritto da Alessandro Giovannini (fonte immagine: imdb.com)

Pietro (Edoardo Leo) ricercatore universitario romano quasi quarantenne, sta puntando tutto sulla sua ricerca per ottenere un posto a tempo indeterminato. Quando va tutto storto, rimane una sola cosa da fare per mantenere lui e la sua comapgna, oltre che per prendersi la rivincita verso una società che emargina le menti migliori: fottere il sistema. reclutando suoi conoscenti, tutti cervelloni universitari ridotti a lavori umili per la mancanza di impiego, allestisce una banda di geni in grado di sintetizzare una nuova droga la cui composizione non prevede sostanze esplicitamente vietate dalla legge italiana. Gli affari iniziano ad andare a gonfie vene e diventano tutti ricchissimi, ma ciò farà infuriare il boss romano della droga (Neri Marcorè).

Tanta personaltà in questo esordio cinematografico del salernitano Sydney Sibilia, dopo alcuni cortometraggi. Due le importanti novità: il recupero della tradizione realista italiana nell’affrontare temi contemporanei in modi tragicomici e lo sguardo internazionale alla commedia USA post 2000 di lieve assurdità e di mix di generi sdoganata da film tipo Una notte da leoni o Come ti spaccio la famiglia. Cercare di adattare stilemi così poco comuni nell’impianto della commedia italiana poteva essere fatale, invece l’operazione è riuscita benissimo, ed è sintomo di un bisogno vivo di ricambio generazionale e anche di mentalità nel cinema italiano. I tempi stanno cambiando: mentre i cinepanettoni iniziano ad agonizzare precipitando lentamente nel baratro dell’indifferenza spettatoriale dove meriterebbero di stare da quando esistono, mentre gli insopportabili polpettoni sentimental-adolescenziali stile Moccia dedicati ad un pubblico da catatonia televisiva sembrano momentaneamente messi da parte, stanno pian piano affiorando nuovi modi, finalmente moderni e intellettualmente non beceri, di affrontare il genere che decenni fa portò fortuna al nostro cinema. Da una parte abbiamo la commedia impegnata de Il capitale umano, di un regista ormai veterano come Virzì, dall’altra questo oggetto sconosciuto che guarda all’altra sponda dell’Atlantico (forse anche in termini di pubblico potenziale?).

Sono soprattutto i modi a contare, difficilmente infatti troverete un esordio nostrano in ambito di commedia con una così prepotente cifra stilistica personale: fotografia contrastata e acida a basse temperature di colore che se ne frega degli establishing shot da cartolina della città eterna, e si occupa solo di come raccontare nel modo più accattivante possibile la storia; un cast affiatato tra cui spiccano molti volti esordienti, con buona pace delle “star” della tv ficcate a casaccio in ogni produzione cinematografica italiana; molti espedienti di montaggio (dal ralenti all’editing più sincopato) e di regia a livello di movimenti di macchina (molto bello il piano sequenza iniziale, poi uso dei più svariati piani e lunghezze focali); l’attenzione alla comicità di situazione più che di battuta (sulla quale hanno invece campato molti film “comici” nostrani per anni), tipologia nella quale il film arranca quando prova a cimentarvisi. Tolta qualche assurdità (di un personaggio viene detto che ha pubblicato saggi tradotti in decine di lingue; come può essere senza un soldo allora???) la sceneggiatura regge per tutti i 100 minuti, con un apprezzabile finale che rifiuta l’happy ending dimostrando coerenza con la vicenda fin lì raccontata.

L’occasione di risata è spesso amara, ma non manca.

Voto: 7

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