Te absolvo

Te absolvo 3 allori

Te absolvo – Italia 2017 – di Carlo Benso

Drammatico – 90′

Scritto da Sarah Panatta (fonte immagine: ufficio stampa)

Dal Monferrato a Los Angeles il “cammino” di un cinema davvero indipendente

Un giovane prete dal passato misterioso va a sostituire o meglio defraudare il vecchio prete colpevole di aver generato prole e di amare. Ma quali sono le leggi giuste e quelle sbagliate? Quale la misura del perdono e della vera umanità?

“Qualcosa è accaduto”. Qualcosa è cambiato”

Barbera che è quasi un Barolo VS Acqua Tonica con limone. Montagna civilizzabile VS Civiltà urbana. Quando la vocazione anarchica e la ribellione con una causa si scontrano con la vocazione irregimentata e una ribellione repressa anzi rifiutata. Tra colpe e colpa. Uomini e topi. Silenzio e dialogo. Essere e voler essere. Presente e condizionale. Due preti e la loro trasformazione in un piccolo mondo non troppo antico.

Dal teatro al cinema d’autore, l’autore e regista Carlo Benso alla sua opera seconda convoglia, pacatamente irruente, l’irresolutezza identitaria narrata dall’esordio Fuori Gioco, interpretato visceralmente dal suo sempre magistrale attore feticcio Toni Garrani, in una storia che scardina stereotipi armandosi di semplicità. Ma al contempo di un raziocinio misurato dall’esperienza oltre che dalle filosofia dell’esistere, raziocinio che viola la freddezza della logica con un’umanità che disperatamente, umilmente, sinceramente, desidera, ancora. Senza vergogna ma non senza carne e sangue. E si/ci sorprende.

Paolo, il prete “giovane”, si inerpica sulla montagna, con la corriera che va a incontrare il tramonto. Andrea lo aspetta al bar, nascosto dentro dal vocio silente dei paesani bigotti e della gioventù (già) bruciata in una pace inerme e ambigua che non vorrebbe accogliere il diverso, qualsiasi fosse il suo volto. Andrea stanco e interdetto, pesante fin nelle occhiaie trasparenti e vulcaniche, di un vissuto che non può rivelare, a se stesso, inizia la sua opera di affiancamento e sostituzione a Paolo, il prete “anziano”. Sino a diventare faticosamente nemico-amico di quell’incomprensibile ribelle, che ha osato innamorarsi, ricambiato, di una giovane bellissima e sensibile donna e di mettere al mondo una figlia, Costanza (creatura di speranza e di fermezza, coraggiosa inconsapevole eroina delle sfide del futuro che incombe, che nel nome, come tutti i personaggi di questo affresco filmico, rappresenta uno status e un viaggio nella società in cui è stata concepita). Andrea e Paolo avvinti nella semplicità del quotidiano, nelle inutili barriere morali sorrette da ruoli fittizi e poteri imposti, nella gabbia delle convenzioni e della politica, elemento ormai degenere di quella già asfittica e violentata società. Andrea si infiltra tra i fedeli, ripulisce la chiesa sporca e degradata e raccatta il gregge sparpagliato e sospettoso, ma chi recupererà il suo cuore frantumato e sparso come la fede e la solidarietà dei nuovi compaesani? Paolo non vuole invece recedere dal proprio ruolo, egli si sente pastore e addolorato non si concede l’abbandono, ma come gli suggerisce infine un’amica, come può serenamente guidare uomini perduti se prima non ritrova se stesso.

Una storia di perdono e sul perdono nelle sue sottili sfumature, ci confida Benso nelle sue note. Ma non solo. Storia di uomini e di bivi, di apparenza e realtà. Uomini, i topoi (non sempre topi, anzi sempre pecore, sicuramente smarrite anche se vigili) di Benso, che attraverso le loro rughe e i loro sorrisi, la loro rabbia e il loro possibile perdono, pennella un racconto scarno e vibrante, quasi sacrale nella sua inesorabile imperfetta ricerca, tra Steinbeck e Pavese, avvolto da simbolismi malikiani che tentano di esplodere in una fotografia che solo apparentemente “chiude” di una coltre di elegante gelo il turbinio indomito delle passioni.

Una storia che visivamente si e ci circonda di metafore. La pazzia, la maternità, la divinità, il rigore, i razzismi, i peccati. La Chiesa Madre-Matrigna e Dio che è (nella) terra, nella misura degli sguardi, nella ritmica dei campi, nell’abbondanza e nella scarsità del raccolto. Gli abiti le grate i gradini le porte le reti le scale il crocifisso l’ostia l’altare la casa il fiume i tornanti il ritorno. Una tela dipanata con dolcezza inesorabile, un racconto che ci pone interrogativi (come gli sguardi penetranti di Andrea, quelli allarmati di Paolo, quelli “muti” del sagrestano Fausto), abitando la provincia natale di Benso come corpo estraneo che lì può tramutarsi, in un laboratorio in cui le verità e la verità, quella  degli uomini e del loro Dio immanente, quella del regista e degli spettatori, sono una continua messa alla prova. Che non si assolve

Voto: 8

Il film è in Selezione al Festival del film di Santorini 2018

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