Boyhood

boyhoodUSA 2014 – di Richard Linklater – commedia – 165′Scritto da Enrico Cehovin (fonte immagine: imdb.com)

Il film segue la vita del giovane Mason, dagli otto anni, quando frequenta la scuola elementare, fino ai vent’anni, quando entra al college, raccontando il rapporto con i genitori divorziati e il rapporto conflittuale con la sorella Samantha, seguendo anche i cambiamenti culturali e politici degli anni.

Girato a partire dal 2002, Boyhood racconta infanzia e adolescenza di Mason (Ellar Coltrane) seguendolo nella crescita per 12 anni. La storia è semplice, lineare, senza colpi di scena, una storia di formazione nell’America periferica, che si tiene il più vicino possibile alla normalità, al quotidiano evitando situazioni come il primo bacio, la prima volta o la cerimonia di conferimento del diploma, aggirando dunque abilmente tutti quei momenti che visti sullo schermo sarebbero potuti apparire falsi, stereotipati.

Veniamo così a conoscere le persone e gli eventi che hanno segnato la vita di Mason: la sorella (Lorelei Linklater) leggermente più grande di lui, la madre (Patricia Arquette) che non ha ancora finito di studiare, il padre (Ethan Hawke) affetto dalla sindrome di Peter Pan ma che non perde occasione per trascorrere tempo con lui, il difficile rapporto con ben due patrigni, entrambi inclini all’alcolismo, il nonno che gli tramanda il fucile di famiglia, la nonna che gli regala una Bibbia personalizzata. Nel frattempo la Storia va avanti, scandita da avvenimenti (la battaglia di Falluja, le polemiche sul governo Bush – ricordando così indirettamente l’11 settembre -, la campagna elettorale di Obama) concessi a piccole dosi per aiutare la scansione temporale della vicenda che hanno il pregio sia di inquadrarla temporalmente sia di lasciarla sufficentemente libera da assumere valore universale, a-temporale. Allo stesso modo si evolvono la tecnologia – come testimoniano le principali innovazini di casa Apple o le diverse console videoludiche che si susseguono – e la musica, soffusa, il più delle volte diegetica, mai invasiva – cosa non scontata: chi non si farebbe prendere la mano? – che passa dai Cold- play agli Arcade Fire, da Gotye ai Daft Punk, aiutando a definire l’anno senza mai essere preponderante o condurre la scena, come “Yellow” dei Coldplay in apertura interrotta prima del ritornello.

La narrazione procede fluida, senza essere spezzata in blocchi temporali, attraverso discorsi fatti la mattina che sembrano essere la conseguenza di avvenimenti della sera precedente e si rivelano invece successivi di anni. Inizialmente la storia sembra essere corale ma, proseguendo, l’attenzione si sposta progressivamente concentrandosi sui ragazzi, in particolare su Mason. In tutto ciò l’uso del dialogo è calcolatissimo e segue la crescita dei due ragazzi, rendendoli molto più silenziosi e introversi nella parte centra- le, per reintrodurre gradualmente l’uso della parola quando avranno raggiunto la loro identità.

Ma cosa rende Boyhood un film così nuovo e speciale? Il cambiamento fisico riscontrabile nei personaggi che crescono veramente sotto i nostri occhi. Non c’è trucco, non c’è inganno, solo la magia del cinema che ci permettere di seguire i 12 anni del loro sviluppo condensati in poco meno di 3 ore, dando vita ad un progetto davvero enorme condotto con tatto e maestria.

Voto: 9

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