Una donna fantastica

una donna fantasticaUna mujer fantástica – Cile/Germania/Spagna/USA – di Sebastián Lelio – drammatico – 100′Scritto da Enrico Cehovin (fonte immagine: imdb.com)

Se c’è una cosa che Sebastián Lelio ha dimostrato nel 2013 con Gloria è di saper perfettamente inquadrare i suoi personaggi femminili. Far vivere Gloria, donna di mezza età in crisi ma ancora viva, delusa ma non sconfitta, malinconica ma ancora energica, valse a Paulina García, l’attrice che la impersonava, il premio per la miglior interpretazione femminile al 63° Festival di Berlino. Una donna fantastica, il nuovo film del regista cileno presentato in concorso alla 67ª Berlinale, riconferma questo suo talento.

È la storia di Marina, giovane avvenente ragazza, cameriera di professione, cantante lirica per passione, innamorata del suo compagno Orlando di vent’anni più vecchio di lei, con cui convive. All’imprevista e improvvisa morte di Orlando si ritrova a dover lottare per i suoi diritti e per la sua identità. La polizia, che sospetta la morte sia avvenuta in seguito a una colluttazione, la ostracizza e la famiglia del defunto la ostacola e le impedisce di partecipare alla commemorazione funebre, in particolare la moglie di lui che non ha mai digerito di essere stata lasciata e ha a stento ammesso la sua esistenza. Marina però è una ragazza forte, come dimostra simbolicamente nel colpire vigorosamente il suo punching ball appeso a casa; allo stesso tempo Lelio la inquadra in macchina alla guida mentre ascolta “(You Make Me Feel Like) A Natural Woman” di Aretha Franklin all’autoradio, esattamente come inquadrava Gloria nel suo film precedente, accomunando e a sottolineando la loro comune malinconia.

Ma proviamo a fare un passo indietro: e se la nuova figura femminile portata sullo schermo da Lelio non fosse una donna? O meglio, nella mente sì, ma nel corpo non lo fosse sempre stata? Marina porta ancora con sé alcuni tratti virili che Lelio alterna continuamente nell’evidenziare e nel nascondere: risulta ora più mascolina, ora più femminile, ora più rude, ora più delicata, cammina sgraziatamente come un maschiaccio ma accarezza dolcemente come una fanciulla. Marina, o David, come ancora riporta la sua carta d’identità, non ha nessuna difficoltà a non farsi notare nella sauna divisa in zone tra uomini e donne; le basta semplicemente spostare l’asciugamano ora avvolto dal bacino in giù ora attorno al seno per non dare nell’occhio e non essere notata come fuori luogo nemmeno dallo stesso addetto della sauna a cui chiede informazioni.

Marina è una transgender che non lotta per gli averi ma lotta per gli affetti, non lotta per l’automobile o per l’appartamento che restituisce senza esitazioni ma lotta per il cane a cui è legata e a cui vuole bene. Daniela Vega, l’attrice transessuale protagonista, fornisce nella sua interpretazione straordinaria un apporto fondamentale nella creazione del personaggio almodovariano di Marina, una creatura a cavallo tra i due sessi, una combattente in grado di essere pienamente donna conservando la forza per essere se stessa. Perché la sua natura condivisa, come sottolinea Lelio nel lungo carrello finale, è una questione di inquadratura.

Voto: 7

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