Peaky Blinders

peaky blindersGB 2013 – creato da Steven Knight – gangster/drammatico – 60′Scritto da Alessandra Paciucci (fonte immagine: imdb.com)

Nella Birmingham del 1919, sulle ceneri di una guerra che sancì la nascita di nuove forme di sopravvivenza sociale, nelle regole interne di nuove formazioni criminali, la violenza assume gli aspetti di un costume che avvolgerà intere città. La fascinazione delle nuove gang assumerà un volto di totale assorbimento per le classi indigenti, sino all’edificazione di potere nella leadership della famiglia Shelby. Scenografie umide tra le insenature dei vicoli affascinanti di un’Inghilterra violenta, segreta, codificata, aprirà lo spazio storico per uno scontro epocale tra il risanamento della legalità, i suoi compromessi, le sue inedite leggi interne, entro gli sviluppi sentimentali dei suoi protagonisti.

“In the bleak midwinter”

Birmingham, anno 1919 : Il contesto storico si apre tra le voragini umane ed esperienziali dei suoi protagonisti, alla fine della prima guerra mondiale, tra i postumi di una rivoluzione sociale che avrebbe segnato la demarcazione culturale ed esistenziale, per caratteristiche endemiche e identitarie, nei sobborghi della grandi e piccole città del Regno Unito, compenetrate parallelamente nelle indipendenti forme di un riscatto senza leggi, circoscritto nei striscianti quartieri poveri, nel gioco fuori controllo dei suoi pre- datori circostanziali. L’isolamento dei sobborghi, nelle pietre aggettanti dei suoi edifici tessuti nella povertà delle sue proteste latenti, sopite nel gioco di una costituzione corrotta, promulgata dalle attività illecite, fuori controllo, dominate dai suoi leader eleganti, anima le aree dei quartieri umili, tra i passi nervosi lungo le polverose strade umide di pioggia, e le atmosfere plumbee dei suoi confini invalicabili. Fin dal 1870 il teatro geografico delle gang nascenti, nei sovraffollati strati urbani disumanizzati e abbandonati ad ogni condizione indigente, introduce un processo inarrestabile di criminalità incontrastata, esercitando disperate forme di fascinazione e attrazione per molti, animando scontri, violenze autoreferenziali, volte ad una conquista territoriale, circoscrizioni nelle circoscrizioni di un’autonomia per gang senza gerarchie, affiliati della fiducia per gruppi egualitari. Il più noto storicamente di questi gruppi, era The Sloggers o il Cheapside Slogging Gang, la cui leadership portava il nome di John Adrian, e il suo assistente James Grinrod, promuovendo il loro regno di terrore nel 1870. Una fibbia di metallo delle proprie cinture, veniva adottata quasi come un’araldica forma espressiva della loro violenza, assunta in maniera peculiare e identificativa contro le loro vittime. Gli storici sloggers includevano i fratelli Simpson di Aston, e George “Cloggy” Williams, la cui notorietà crebbe velocemente dopo l’assassinio di PC George Snipe nel 1897. La formazione dei Peaky Blinders determinò la sua essenza identitaria nella temibilità reale del suo nome. I personaggi storici sono ritratti in questa raffinata serie, nei loro eleganti completi tweed, appuntando nella bordatura frontale dei loro newsy cap la lama di un rasoio, lo strumento che tramortisce le loro vittime in una cecità temporanea, diviene la firma emblematica della famiglia Shelby.

La serie prodotta dalla BBC UK trova la collaborazione dello scriptwriter Steven Knight (Amazing Grace, Hummingbird, Locke, etc ) con la direzione di Otto Bathurst per i primi tre episodi, e Tom Harper per gli ultimi tre della prima stagione. La narrazione registica si apre come una favola amorale, psicologicamente basata sulla contrapposizione dei caratteri e su atmosferici elementi che tendono allo svelamento delle figure. I personaggi vengono osservati spesso in quadri esterni dagli ambienti ospitanti, attraverso le grate di un cancello, dalle aperture di una stanza, oltre una porta, sorvolando i perimetri delle mura e i loro soggetti durante le conversazioni. Il regista costruisce due azioni nella scena, quelle dei personaggi ritratti e il sentimento parallelo che li anima, lo spettro dei loro incontri nascosti, controllati, una fuga dalla vista e dalla testimonianza per le loro azioni si materializza nell’occhio della telecamera che li segue, per varie angolazioni, per distanze di sicurezza, entro lo spirito osservante delle loro stesse emozioni.

Le inquadrature si ristringono poi in maniera introspettiva, lungo i dettagli fisici dei soggetti ritratti in un poetico passaggio flou ad una focalizzazione vivida, ravvicinata, mentre i soggetti sono immersi nei movimenti di una luce naturale, avvolgente, sino a catturarne la danza dei pulviscoli che si perdono nell’aria, nell’egregia direzione della fotografia di George Steel.

Tutto, nella brutalità degli scontri, sembra filtrato entro i vetri smerigliati di un pub avvolto nel fumo dei suoi motivi, nei vuoti vitrei dei suoi brandy, nelle cromie dei suoi Rum, tra le decorazioni autunnali delle cartacee decorazioni murali, nel torpore illuminante delle candele notturne, quando i ricordi di guerra di Thomas Shelby (Cillian Murphy) si ripiegano nelle oscurità delle cavità della sue esperienze di scontro. Guerra che unisce corpo e spirito di un ricordo inalienabile, sequenze fulminee e taglienti nei suoi sogni notturni, o nelle visioni incastonate nell’iride nel chiarore vitreo dei suoi occhi azzurri, come teatro delle ombre, dietro parole e azioni richiamanti il dolore dell’esperienza. Un processo di emersione dei ricordi costruito per associazione mentali, ridisegna la mappatura esistenziale del protagonista. Le transizioni temporali sono marcate con forti associazioni visive e auditive, la focalizzazione di una luce di una lampada, l’attenzione semantica di una parola, chiaramente enfatizzate per il coinvolgimento dello spettatore nell’interrogazione del loro senso, non come espediente per rendere dinamico un intreccio smisurato, ma un gioco di piani che crea il senso stesso dell’opera. Il richiamo lacerante del proprio passato è la riappropriazione forzata contro l’espropriazione del presente, un atto di resistenza disperato ed estremo verso un’insperata liberazione dell’anima. Un perimetro di dolore si cicatrizza nei ricami dei suoi abiti scuri, aderente al buio dei suoi luoghi d’incontro, nelle strade lastricate dai richiami noir nella deperibilità delle cupe tonalità dei sobborghi urbani, nelle nebbie cittadine; le parole di Thomas Shelby, nella sua astringente comunicazione, diffidente, codificata, ritrova timide attenzioni nel canto disarmante di Grace (Annabelle Wallis), nel movimento disordinato, sinuoso delle pieghe dei suoi capelli biondi, per un “cuore già spezzato” dove affondare l’illusione sensibile di un sentimento ritrovato.

Affresco epocale di un’Inghilterra violenta che ricama i suoi motivi storici stretti tra i lacci dei boots indossati dei suoi protagonisti, lucidi come status e riscatto d’appartenenza, nei ritmi musicali per richiami contemporanei nelle sonorità di Nick Cave e Jack White. Un’affascinante inquadratura di stile, nei suoi accattivanti accenti inglesi, nel tweed raffinato dei suoi abiti, dei suoi newsy cap lievemente ripiegati sugli sguardi sfuggenti dei suoi attori, nelle frange dei capelli, perfettamente eleganti nel taglio del loro profilo, per ammaliare l’esecuzione brutale delle sue leggi interne, e i segreti dei suoi protagonisti, decostruendo sensibilmente la statura del suo cinismo per abbandonarsi alla più lirica elegia, nel sentimentalismo delle sue figure.

Voto: 10

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