The Lady – L’amore per la libertà

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The Lady – Francia/Regno Unito 2011 – di Luc Besson

Biografico/Drammatico/Storico – 132′

Scritto da Giulia Coccovilli (fonte immagine: imdb.com)

The Lady è Aung San Suu Kyi, donna simbolo della lotta per la democrazia e il rispetto dei diritti in Birmania, paese schiacciato da una violenta dittatura militare. Il film svela il volto pubblico e privato di una vera eroina che ha fatto dell’amore per il suo paese e per la sua famiglia l’arma di una lotta pacifica che non è ancora finita.

Molti s’interrogheranno sull’esito del nuovo film di Luc Besson, The Lady, una storia che a primo impatto sembrerebbe poco in linea con la precedente filmografia del regista francese. Tuttavia, un elemento presente in quest’ultimo film che rimanda al cinema precedente del regista è la presenza di un grande personaggio femminile. Facciamo riferimento a Nikita (1990), Mathilda in Léon (1994) e Giovanna d’Arco (1999). Questa volta Besson si cimenta nella eroica storia della vita di Aung San Suu Kyi, una donna di appena 50 chili che, sostenuta dall’amore, lotta per vent’anni contro 300.000 militari e vince.

La storia si svolge nell’arco di circa sessant’anni, a partire dall’assassinio del padre di Suu Kyi avvenuto nel 1947 fino ad arrivare alla liberazione dagli arresti domiciliari, avvenuta il 13 novembre 2010.

Il film si propone di far conoscere oltre che il lato strettamente storico-politico della vicenda, la dimensione privata della donna, che viene rappresentata come un’eroina che finisce per sacrificare gli affetti familiari in nome della lotta pacifica per la libertà nel suo paese. Conseguentemente, un tema onnipresente è quello della scelta impossibile tra patria e famiglia che Besson paragona per certi versi a La scelta di Sophie, dove la pro- tagonista veniva obbligata da un ufficiale nazista a scegliere tra i suoi due figli.

Quando Suu Kyi accetta l’invito degli intellettuali della Birmania a continuare il percorso avviato dal padre (il generale Aung San, principale artefice della rivoluzione birmana contro il colonialismo britannico) verso la democrazia, ha inizio un’impresa epica caratterizzata dalle continue violenze dei militari volte a eliminare anche la minima forma di opposizione. L’Orchidea d’acciaio (così viene chiamata Suu Kyi dai birmani) è continuamente sostenuta dalla popolazione civile e dalla famiglia, in particolare dall’a- more incondizionato del marito che rispetta ogni sua scelta ponendo in lei la massima fiducia nonostante le gravi difficoltà in cui saranno costretti a vivere.

The Lady è un film che va oltre il semplice biopic perchè si propone di sensibilizzare il pubblico alla incredibile storia, appoggiando la sua causa in vista delle elezioni che si terranno il 1 aprile 2012 in Birmania e alle quali Suu Kyi è ancora una volta candidata (ricordiamo che vinse le elezioni del 1990 ma che il regime militare si rifiutò di cedere il potere).

Proprio per questo motivo la distribuzione del film in 150 copie nelle sale, per opera di Good Film, è legata alla campagna Send a Message, che si ispira alla celebre frase della protagonista “Use your freedom to promote ours” e che invita il pubblico a inviare, tramite un’applicazione di facile utilizzo, un video-messaggio di solidarietà ad Aung San Suu Kyi.

Per quanto riguarda il titolo del film, occorre sapere che The Lady è il nome con cui i Birmani chiamano Aung San Suu Kyi, timorosi di pronunciare il suo vero nome per paura di ritorsioni da parte dei militari.

La genesi della pellicola si può far risalire al 2007 quando Michelle Yeoh, attrice che interpreta magistralmente the Lady (aiutata anche da una palese somiglianza con la donna) porta a Besson la sceneggiatura del film, scritta da Rebecca Frayn. La Yeoh chiede al regista francese un supporto a livello produttivo anche se non avrebbe certo disdegnato che la regia fosse affidata a lui. E così Besson divora la sceneggiatura e gli piace a tal punto da commuoversi. Conosceva la storia di Suu Kyi dalle notizie sui giornali ma ignorava il suo lato più intimo. Besson decide quindi di proporsi come regista e lasciare da parte gli altri progetti che aveva in cantiere.

La sceneggiatura viene aggiustata prendendo le distanze dal genere documentaristico delle prime stesure per avvicinarsi a un’opera più cinematografica.

I tempi lunghi con cui è proceduta la produzione sono dovuti al fatto che bisognava ricostruire una storia vera e contemporanea, della quale però non si avevano molte informazioni: era impossibile incontrare o comunicare con Suu Kyi, suo marito era già morto, i suoi amici o erano in prigione o erano stati uccisi e i Birmani non osavano parlare di lei.

A fornire una documentazione preziosa sono stati i rapporti di Amnesty International (soprattutto per quanto riguarda le testimonianze dei Birmani liberati in seguito a un periodo di prigionia) e di Human right watch, le oltre 200 ore di materiale video fornito dai giornalisti (materiale usato per lo più nella fase di preparazione eccetto le immagini della rivolta dei monaci che vengono riportate anche nel film) fino alle testimonianze del figlio più piccolo Kim e di Antony, il fratello gemello del Professor Aris.

A rendere ulteriormente difficili i lavori, il divieto di girare il film in Birmania che ha comportato il trasferimento del set in Thailandia. Nonostante ciò, Besson confessa di essere riuscito a girare clandestinamente circa 17 ore di materiale durante il breve lasso di tempo che gli è stato concesso di trascorrere in Myanmar. Il suo desiderio era quello di dare finalmente la possibilità ai Birmani di vedere il loro paese sul grande schermo.

Besson racconta come la maggior parte dei Birmani non avesse mai visto una telecamera e che quando si girò la prima scena con Michelle Yeoh, gli attori pensavano si trattasse della vera Suu Kyi con conseguenti scene di panico e commozione. Un tale grado di immedesimazione è stato dovuto al fatto che tutti gli attori del film, eccetto i protagonisti e i personaggi inglesi, erano birmani.

Le difficoltà d’informazione e la lontananza dalla Birmania hanno comportato una ricostruzione della storia che si rifà alla realtà pur colmandone le lacune con l’immaginazione dell’autore.

Per esempio la casa di Suu Kyi è stata ricreata il più fedelmente possibile a quella reale grazie ad alcune foto e a Google Earth. Perfino il pianoforte è della stessa marca di quello di Suu Kyi e le cornici delle fotografie dei suoi genitori sono identiche alle originali.

Per quanto concerne la scena in cui la protagonista va incontro ai soldati armati è confermato che sia accaduta realmente presso Danubyu, località che è stata ricostruita affidandosi completamente all’immaginazione visto che, oltre a non potervi accedere anche se muniti di visto, non viene neanche riportata da Google Earth.

Un’altra scena fondamentale ed emozionante è quella del discorso di Shwedagon, dove accanto a Michelle Yeoh, sul palco, ci sono una quindicina di esponenti del partito di Suu Kyi (la Lega Nazionale per la Democrazia) e tra le comparse a fianco all’attrice c’è un uomo sulla sessantina che vent’anni prima era stato presente al vero discorso ufficiale.

E poi c’è la scena in cui i dissidenti vengono imprigionati nelle gabbie accanto a quelle dei cani. Besson racconta che nella realtà i prigionieri vennero messi dentro le gabbie con i cani ma che lui non ha osato mettere in tali condizioni gli attori.

Sono personaggi reali lo scrittore U Win Tin (che è stato prigioniero per venticinque anni) e Zargana, il comico condannato per le sue battute ironiche sui militari a quarantacinque anni di prigione.

La cerimonia del Nobel è stata ricostruita a partire dal materiale video della cerimonia ufficiale del 1991 e per la rivolta dei monaci sono state inserite nel film vere e proprie immagini d’archivio.

Nel film è stata data molta attenzione alla lingua, che tenta di avvicinarsi il più possibile agli accenti e alle intonazioni reali dei personaggi rappresentati, motivo per cui sarebbe caldamente consigliato vederlo in lingua originale.

Per esempio Michelle Yeoh (la star di Hong Kong nota per i ruoli coraggiosi in diversi film d’azione come James Bond, agente 007- Il domani non muore mai o La tigre e il dragone) aveva a disposizione circa 200 ore video su Suu Kyi. In questo modo ne ha acquisito la gestualità, il portamento, l’accento. Michelle ha passato sei mesi a studiare i testi in birmano dei discorsi di Suu Kyi e non bisogna dimenticare che è stata l’unica della troupe che, oltre ha ottenere il visto per la Birmania (della durata di 24 ore), ha avuto il permesso per incontrare the Lady.

Il grande David Tewlis, attore inglese dalla formazione teatrale noto ai più per aver interpretato il Professor Remus John Lupin nella saga di Harry Potter, si cimenta nell’incredibile doppio ruolo di Michael Aris e di Antony. Per costruire il suo personaggio ha avuto a disposizione delle interviste televisive del Professore oltre che le preziose testimonianze del fratello Antony, con il quale ha avuto modo di incontrarsi. Nel film Tewlis ripropone la parlata di M. Aris, un inglese tipico di un ceto elevato, eccentrico, dall’accento particolare, diverso dall’inglese standard.

Mentre Jonathan Raggett (che interpreta Kim) confessa di aver avuto bisogno di lezioni private per liberarsi del suo accento di Brighton.

Abbiamo parlato di amore per la libertà, per la democrazia, per il popolo birmano e per la famiglia. Ma non abbiamo trattato il tema dell’amore per la cultura. Suu Kyi scrive, legge e suona il pianoforte ed è proprio la musica a diventare il simbolo di una cultura che viene censurata. I militari che sorvegliano Suu Kyi non sanno cosa sia la musica. Ne emerge il dato di come una dittatura si fondi principalmente proprio sulla censura della cultura, che essendo il pane della mente, finirebbe per minacciarla. Come ha detto Besson, “la cultura è il barometro della democrazia”.

Una scena emblematica è quella in cui la donna inizia a tappezzare la sua casa-prigione di frasi pronunciate da grandi uomini come Gandhi e Martin Luther King. Tra queste una frase pronunciata da suo padre che dice “Tu puoi anche non interessarti alla politica. Sarà lei a interessarsi a te”.

Proprio perché la libertà di esprimersi è indice di sanità della democrazia, in Birmania il film The Lady è stato vietato, provocando il superamento di ogni record di pirateria, che in questo caso, vale la pena dirlo, si è rivelata importante strumento di libertà.

In conclusione, The Lady è un film che è necessario vedere per ricordarci quanto sia preziosa la nostra libertà e quanto sia importante prendersi cura della democrazia per evitare di perderla.

 

Voto: 7

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