La ballata dell’odio e dell’amore

la ballata dell'odio e dell'amoreBalada triste de trompeta – Spagna/Francia 2010 – di Álex de la Iglesia – commedia/grottesco – 107’Scritto da Gabriele Niola (fonte immagine: imdb.com)

Nel circo spagnolo i pagliacci sono di due tipologie: quelli passivi e quelli attivi. I primi subiscono gli scherzi e le angherie dei secondi, sono cioè quelli che si prendono le torte in faccia e che hanno il compito, subendo lo smacco, di generare il riso. Figlio di un pagliaccio attivo, il protagonista di La ballata dell’odio e dell’amore diventa pagliaccio passivo nel momento in cui il padre, prigioniero durante la guerra civile per aver effettuato un massacro a colpi di machete (ancora in abiti da circo), gli dice che non es- sendo mai stato ragazzo (poichè la guerra gli ha rubato l’infanzia) non potrà che fare il pagliaccio triste, e al massimo vivere per la vendetta.

Salto temporale di 20 anni. Da grande negli anni ’70 spagnoli sotto il regime di Franco si realizza il sogno del pagliaccio, solo che il circo in cui entra è una famiglia strana e morbosa in cui la bellissima trapezista sta insieme all’altro pagliaccio, quello attivo, che è un bruto violento e spietato. In cerca d’aiuto la bella femme fatale si rivolgerà all’ingenuo nuovo arrivato, scatenandone la passione e coinvolgendolo in un terribile triangolo di sesso e violenza.

C’è tantissimo in quest’ultimo, fantastico film di Álex de la Iglesia il quale, dopo il passo falso di Oxford Murders, torna a livelli altissimi pur senza il fidato sceneggiatore Jorge Guerricaechevarria. Con un cast e una troupe rodata durante la lavorazione di una serie tv spagnola, de la Iglesia mette in piedi un film che da un lato ricorda la rilettura storico- violenta-pop che Tarantino ha fatto in Bastardi senza gloria, e dall’altra guarda alle maniere in cui Guillermo Del Toro è riuscito a parlare tangenzialmente di fascismo e dittatura nel suo dittico La Spina del Diavolo/Il Labirinto del Fauno o all’immaginario gotico mostruoso di Tim Burton.

Ma c’è anche tantissimo di Álex de la Iglesia, la sua passione per il connubio sesso/insania, la sua predilezione per il cinema e le strutture noir, il suo procedere slegato dal classico svolgimento in 3 atti, più una dimensione caotica molto controllata che si nutre del connubio felliniano/kusturiziano donne procaci/cibo/animali/volgarità che sempre di più è il suo stile.

Al di là di tutto però sono le immagini a colpire davvero. In moltissimi momenti, nonostante un andamento davvero anarchico, il regista riprende le redini del suo racconto lanciando delle suggestioni che mantengono il film sui suoi binari e ricordano allo spettatore quale sia il centro del racconto, cioè i mostri ben poco metaforici creati dalla dittatura. E come il film sembra perdersi in momenti leggermente ripetitivi o in un finale un po’ tirato via, subito si riprende con un’immagine o una suggestione che valgono da sole il prezzo del biglietto.

Questi sono quei film cui si continua a pensare per giorni anche dopo la visione.

Voto: 9

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