La passione

la passioneItalia 2010 – di Carlo Mazzacurati – commedia – 106′Scritto da Gabriele Niola (fonte immagine: imdb.com)

Gianni Dubois è un regista italiano di medio successo, anzi uno che è stato grande e che da tempo non azzecca più un film. Un uomo che come spesso capita al nostro cinema vive di successi passati e arranca nel presente con poche idee. Proprio nel periodo in cui cerca di mettere in scena un nuovo film è bloccato in un paesino nel quale ha una casa di villeggiatura. Impossiblitato a muoversi e sotto scacco dell’amministrazione locale, viene coinvolto suo malgrado nella direzione di una sacra rappresentazione con i paesani come attori. Tra i tentativi di mantenere in piedi la sua vita professionale, la battaglia per non soccombere di fronte a questa orrenda sacra rappresentazione e l’equilibrio personale è probabile, ma non certo, che nella provincia Dubois troverà se stesso.

Tutto comincia male, prosegue bene e finisce malissimo. Comincia male perchè il soggetto alla base di La Passione è tra i più abusati dal nostro cinema: l’intellettuale che non trova se stesso e solo a contatto con la vita vera della provincia capisce il senso della propria vita. L’abbiamo visto mille volte. Peggio ancora si tratta di storie lontane da tutti, che parlano di un’elite per un’elite, parlano di lavori intellettuali, problemi da persone estremamente abbienti e riferimenti impensabili e incoglibili da un pubblico largo.

Questa volta però il gioco riesce. Da un soggetto che fa venir voglia di arrabbiarsi, Mazzacurati tira fuori una sceneggiatura molto vivace e una messa in scena rapida che non si prende eccessivamente sul serio. Insomma per una volta sembra che questa storia insopportabile sia raccontabile, sembra che possa avere un senso anche per chi non vive o non vuole vivere quella realtà, e non è solo la felicità dello humor (veramente dilagante) ma sono soprattutto le trovate e la sincerità immediata che pervade la storia.

Tutto bello fino a poco dalla fine. La sinusoide del gradimento del film infatti picchia tutta insieme negli ultimi 20 minuti, quando la storia della sacra rappresentazione e della Passione di Cristo, che diventa passione di Dubois e soprattutto del suo assistente, deve tirare le fila e lo fa nella peggiore delle maniere, buttando alle ortiche tutto quel che di buono si era fatto in precedenza e tornando a ravanare in quel mondo eccessivamente personale e (peggio!) autoreferenziale che sembrava scampato. E purtroppo appresso al film affondano tutti, da Silvio Orlando a Battiston fino a Corrado Guzzanti, una squadra eterogenea ma per larga parte del film funzionante (Battiston sempre impeccaile nei suoi piccoli ruoli, Guzzanti caratterista finalmente scoperto!) che non può però salvare l’insalvabile.

Voto: 5

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