Salomé

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Wilde Salomé – Stati Uniti 2011 – di Al Pacino

Documentario/Drammatico – 95′

Scritto da Sarah Panatta (fonte immagine: filmtv.it)

Amore, desiderio, autorialità, divismo, un saggio darte firmatoScarface

Al Pacino documenta con un reportage in 35mm mescolato ad immagini di repertorio, e ricostruzioni storiche stile BBC, una potente autoironia e una spettacolare emozionante messa in scena tra prove teatrali e riprese reali, lepopea della realizzazione della sua versione della Salomè di Oscar Wilde, autore amato quanto un doppio e un maestro, il tutto  tra le potenti immagini della contestata riduzione a teatro e del film mai uscito.

Occhi, bocche, lune, pozzi, acqua, sangue. Al/Erode – Salomè – Iokanaan (per gli europei Giovanni Battista). La sottile linea rossa tra desiderio e amore, i giochi di potere e la natura controversa dei ruoli precostituiti. Tra Bibbia e Hollywood e la(Al) bibbia hollywoodiana vivente (Pacino), si dipana pastoso, tracimante e incontenibile un documento di identità retorico e insieme (auto)ironico sulla creatività autoriale, sui meccanismi di produzione, azione-reazione, dietro le quinte e sul palco, sul set (della vita). 

C’era una volta Al Pacino, attore, regista, autore, star divinizzata ormai tanto dall’opinione pubblica quanto dalla critica internazionale, capace di trainare un polpettone da botteghino come di imperversare come una mina vagante ma non impazzita nel mondo del cinema free e delle lotte per i diritti civili. Un’icona pop e un guru inafferrabile per molti addetti ai lavori e studiosi di cinema. Dunque, c’era una volta Al che voleva ritrovare Oscar, che lo amava e in lui si immedesimava, artista precoce e precario, icona di genio e di stile, sin troppo precursore e libero, come nell’arte così nella politica e negli ideali progressisti, in una società conservatrice e avida, che lo acclamò quindi trasformò in esule, lo ammalò ed uccise. Genio sfruttato, idolatrato eppure incatenato, profetico fuoco sacro ancora divampante in ogni singola opera. C’era un volta allora Al che celebrava l’arte e Oscar, il selvaggio, che si misurava davanti al suo pubblico, con la messa in scena e con il processo creativo stesso e si preparava all’allestimento teatrale della “sua” Salomè. 

Ed ecco Wilde Salomè, in sala in Italia attraverso Distribuzione Indipendente. Un racconto di un’ipotesi e insieme di una realizzazione in parte abortita in parte straordinariamente riuscita. Una tragica commedia irrevocabile, bizzarra, vivace, metalinguistica. Reportage, fiction, diario, auto analisi e auto incoronazione, cadute e risalite, battaglie e riflessioni di un’arte misteriosa. Con Wilde Salomè Pacino, un uomo, un re, un attore-autore a confronto con i tanti “sé”, mette in gioco la propria figura pubblica ma anche privata cercando di raccontare in frammenti magistralmente studiati e montati, archetipi e metafore, partendo dalla densa simbologia di una pièce tutt’altro che decadente come la Salomè scritta a fine ‘800 da Sir Oscar Wilde, per narrare una evidente deduttiva devastante metafora sul mondo del cinema stesso.

Similmente al suo precedente Riccardo III, Pacino documenta se stesso nell’ardua logorante impresa di mettere in scena una sua versione “letta” della Salomè e insieme di farne un film – tra gli apparenti deliri autoriali e le imposizioni della produzione – del quale ci concede la visione di alcune scene epocali con una Salomè- Chastain conturbante corpo del reato e raccapricciante vendicativa sensuale mente del Potere. Non a caso tutto si misura sugli sguardi, da quelli di Al deliberatamente artificioso che firma autografi e invoca la benevolenza del suo ribelle mentore/alter ego Oscar Wilde, a quelli di Al-Erode, accecato da un ruolo che lo vede complice e vittima di un impero invasivo e asfittico, a quelli febbrili e irremovibili di Iokanaan, a quelli magnetici e perversi di Salomè, centro d’attrazione e motore della vicenda.

I sentimenti personali, agiti e recitati si mescolano torbidi e materici, palpabili e mendaci, necessarie espressioni delle simbologie stratificate nell’opera (di Wilde come di Pacino). 

Salomè e Iokanaan sono le parti dicotomiche di uno stesso “essere”, la carnalità materialistica dell’una, che ammicca alla luna, ai soldati, alla madre, al patrigno, e vuole imporre il suo potere sia su ciò che può vedere e toccare sia su ciò che non può percepire e conoscere; la passionalità spirituale e le verità imprescindibili urlate dell’altro, che lotta in catene, nel fondo del pozzo, per trasmettere il trascendentale ad un cosmo che già ipernutrito da culture e gerarchie e corruzioni, non può e forse non vuole confrontarsi con esse. Entrambe sono propaggini, nemesi, catarsi impossibile di Erode, che da essi è pungolato, tormentato, vinto, come pure forse Al. Salomè vince, il potere del visibile e del visto sbaraglia l’etica e la spiritualità di Iokanaan, che dal suo corpo come dalla società sono eradicati. Resta il pianto isterico, il bacio insanguinato, la danza tribale, la sessualità sospesa ma presente, osservata.

Storia di un tormento personale anche, di un’operazione che ha incatenato per mesi Al sino a gettarlo e gettarci, grottescamente, in un deserto che non può accogliere Salomè e le fantasie autoreferenziali del mitico attore, ma contribuisce, con il suo soffio antico a conservarne la complessa arte, pur consegnandone in parte i sogni nella desolazione bellissima e mortale di un destino senza fine. Nessun sipario e nessun velo su questa Salomè.

Voto: 8

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