Soul Kitchen

soul kitchenGermania/Francia/Italia 2009 – di Fatih Akin – commedia/drammatico – 99′Scritto da Gabriele Niola (fonte immagine: imdb.com)

Zinos Kazantsakis, greco residente ad Amburgo, fidanzato con una tedesca di ottima famiglia gestisce un pessimo locale, dalla pessima cucina e la pessima clientela chiamato  Soul Kitchen. La sua vita cambia quando il lavoro della ragazza la spinge a Singapore e lui, rimasto ad Amburgo, assume un cuoco irascibile ma talentuoso. Il cambio di cuoco attira una nuova la clientela, aumenta gli affari e coinvolge altre persone nel business, come il fratello in libertà vigilata. A quel punto le cose non possono essere lasciate come sono e prima di partire per Singapore dovrà ottenere che qualcuno amministri il ristorante per lui e soprattutto evitare che gli avvoltoi glielo levino. Tutto questo sopportando una terribile discopatia che lo fa camminare a stento e dalla quale non può curarsi perchè non ha soldi a sufficienza per farlo.

Soul, cucina, sporcizia, caos, obiettivi deformanti, discopatia, dolore, ancora profondità di campo, carrelli scorsesiani, rimedi disperati, rischio di fallimento, amore buttato al cesso e un approccio alla vita grastrointestinale. Fatih Akin aveva già messo in scena questo mondo a suo modo punk, fatto di semisbandati, persone che vivono esistenze normali ma che non si curano della loro apparenza, che vivono in ambienti tenuti sporchi e via dicendo.

Quella categoria umana che tiene i soldi accartocciati in tasca. A cambiare stavolta è il tono che si fa ilare, divertito, una giostra ugualmente ritmata da una scansione della storia anticonvenzionale che sovverte i tipici tre atti, dove tornano elementi come il viaggio, la galera, la difficoltà di deambulazione e il caos programmatico che però stavolta è finalizzata ad un racconto divertente.

La forza che dimostra Fatih Akin è quella che già si intuiva in un lavoro più austero come La Sposa Turca, ovvero la capacità di saper ridere dei suoi personaggi, anche di quelli a cui vuole più bene, quelli che nessuno assolverebbe ma che lui invece mostra nel modo migliore. Quegli emarginati orrendi che nella realtà generano repellenza Akin li nobilita e sa, quando è il momento, anche ridere con loro di loro. E’ questa una sola delle tante raffinatezze che costellano un racconto magistrale, padroneggiate fin nella minima parte e ripreso con scelte insolite (i già citati obiettivi deformanti, l’attenzione ai grandi ambienti, la musica meno invadente che in passato e la centralità dello spostamento come essenza del vivere) che diventano parte integrante dei significati di ogni scena. In particolare i movimenti della macchina da presa sembrano seguire costantemente il mood della scena, anticipando o seguendo la frenesia, il dolore, la felicità o la calma.

Soul Kitchen è un film esilarante che suscita risate di cuore fondamentalmente ritraendo il protagonista come una macchietta vivente, un uomo con il quale è impossibile vivere ma di cui è anche impossibile non innamorarsi, riuscendo così nell’impresa di avvincere lo spettatore in una storia che in ultima analisi racconta un ambiente e un modo di essere che, dato il forte incastro con il paesaggio, vuole essere anche un inno ad un certo modo di vivere Amburgo, città natale dell’autore. L’Amburgo di quei luoghi, quelle persone, quei posti e quello stile di vita che sembra (solo apparentemente) molto distante dalla Amburgo di La Sposa Turca e che invece è il medesimo alveo di storie di umana passionalità.

Voto: 8

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