Youth – La Giovinezza

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Youth – Italia/Francia/Regno Unito/Svizzera 2015 – di Paolo Sorrentino

Commedia/Drammatico/Musical – 124′

Scritto da Alice Grisa (fonte immagine: movieplayer.it)

In un elegante centro benessere a valle delle Alpi, due anziani amici, un direttore d’orchestra e un regista, trascorrono alcuni giorni di vacanza. Il regista sta lavorando al suo “film testamento” con un team di sceneggiatori. Il direttore d’orchestra è volontariamente in pensione. Ma un emissario della regina Elisabetta gli chiede di tornare alla musica, anche solo per una sera.

Reduce da un Oscar “difficile”, massacrato dalla gente comune sui social quanto dalla critica radical chic sulle riviste “intellettuali”, poetico e controverso, esteta ed “estetico”, cervellotico, barocco e manierista, Paolo Sorrentino torna a Cannes. Che cos’è La grande bellezza, al di là delle terrazze romane squarciate dal cielo, al di là del product placement Martini o della città divina e orrorifica, se non la libertà di “andare oltre”? E Paolo Sorrentino va oltre. Va oltre anche con Youth (come nella storia di Jep Gambardella). Crosssorrentinianamente, si potrebbe dire che in realtà la grande bellezza sia la giovinezza. E il mondo un pulitissimo centro wellness.

Dove Sorrentino mette tutto (ma proprio tutto): il senso della vita, il tempo che passa, il prima e il dopo, i genitori, i figli, il dolore, la malinconia, l’arte, il sogno, l’incubo, il desiderio, la meraviglia, il terrore, le ossessioni. Che evaporano sottili e fragili dalle vasche termali. Che si sciolgono nel fango terapeutico. Che volano sopra la cima di una montagna, in quel blu che taglia i cavi della funivia per perdersi verso l’infinito. Gli ottant’anni di Fred (Michael Caine) e Mick (Harvey Keitel) dovrebbero naufragare dolci nei mari termali di una SPA di lusso. Tra massaggiatrici, prati verdi e pasti light. Ma non è così. Mick è ossessionato dal suo ultimo film. Fred è ossessionato e basta. E apatico. Che sia proprio l’apatia, quei “non” reiterati, il segnale definitivo che la giovinezza è oggettivamente scivolata via, prima che si potesse trattenerla? Non bere, non correre, non mangiare, non lavorare, non amare, non fare sforzi, non esagerare.

Fred se ne rende conto, ma, oggettivamente, non gliene importa niente. Si lascia vivere dai giorni (di vacanza), si fa lacerare dalle pillole di un passato pieno di lati oscuri (“Non ricordo i miei genitori” confida all’amico di sempre Mick; “Avevi decine di donne e la mamma lo sapeva” gli ricorda la figlia Lena, Rachel Weisz); poi Fred si (pre)occupa dei problemi della prostata, della carta di una caramella Rossana da accartocciare all’infinito (come sé stesso?), di Lena, un “bilancio” in carne e ossa di tutto quello che (non) ha fatto. Fred, ottantenne a ridosso di una soglia ignota, accetta di farsi trapassare dall’esistenza. Mick invece la rifiuta, accanendosi a piegare la realtà e l’arte al proprio disegno. Proprio come un regista circondato dai suoi specchi (e dai suoi spettri). Come Fellini nel girotondo surreale alla fine di 8 ½.

Ma Sorrentino va oltre. Crea un microcosmo wellness e lo arreda (come sempre) in modo barocco, come se avesse svaligiato l’Ikea degli esseri umani. Anche se, in realtà, i suoi “soprammobili” sono più maschere che persone. Sono corpi (su cui la macchina da presa insiste in modo ossessivo) anziani, deformati, destabilizzati, pieni di rughe, pieni di quella vita che sta scivolando via. O giovani, splendidi, liberi. Ogni giorno che passa è un nuovo “ieri” da collezionare e nessuno sembra trovare un modo sano di rapportarsi a futuro e passato. Onirico e terreno, vero e finto, un fake Maradona devastato dall’obesità e dai problemi respiratori, palleggia in modo sorprendente con una pallina da tennis richiamando il sogno (il passato) su un presente che (per lui) sembra rigettare qualunque età dell’oro, ormai andata perduta. Una luccicante “ingombrante” Miss Universo sfila sulla passerella di San Marco, scontrandosi con l’anziano Fred, febbrile nell’im- maginazione ma apatico nella quotidianità. L’attore giovane e frustrato (Paul Dano) che è ricordato solo per la sua interpretazione di un robot (un Birdman prima del tempo?) deve vestirsi da Hitler per rendersi conto che per il cinema vale la pena raccontare solo il desiderio e non l’orrore.

Ma è davvero così? Sorrentino bypassa la domanda: insiste sui virtuosismi di stile, le inquadrature a sorpresa, i movimenti di macchina non convenzionali, la patina di estetismo esasperante, i colori, le forme, gli animali, gli specchi, un’enorme centrifuga per un film che, come La grande bellezza, non verrà acclamato all’unanimità. Ma è forse importante? In realtà non ci sono eroi, solo compromessi. Forse è proprio questo (l’amaro) senso del crescere, capire che nella vita è tutto relativo. Fred ha scritto “Canzoni semplici” per la moglie, pensa a lei, ma dopotutto le ha reso la vita un inferno (con inatteso epilogo veneziano). Mick ha fallito con suo figlio, è arrogante sul lavoro e probabilmente è stato anche insieme alla ragazza che piaceva a Fred. Non esiste la totale correttezza, non esiste la coerenza, non esiste forse neanche un senso. È necessario smettere di pensare “chi vuol esser lieto sia, del diman non v’è certezza” per superare lo scoglio della giovinezza. Ma quello che vale per gli umani non vale per l’arte. Il cinema e la musica brillano della giovinezza eterna. Si possono capire, hanno senso, sono estasi. E possono “andare oltre” quanto vogliono. Ecco la grande dichiarazione d’amore di Paolo Sorrentino.

Voto 9

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