Vendicami

vendicamiFuk sau – Hong Kong/Francia 2009 – di Johnnie To – noir – 108′Scritto da Gabriele Niola (fonte immagine: imdb.com)

La storia si apre nella migliore delle maniere: una donna che non conosciamo, dopo essere stata sventrata di colpi e aver visto il proprio figlio ucciso a sangue freddo, riesce a dire una cosa sola dalle precarie condizioni ospedaliere in cui versa al padre che è venuta a trovarla: vendicami. Il problema è che il regolamento di conti è avvenuto a Macao e la famiglia è francese. Il padre-vendicatore dunque deve muoversi in un mondo che non conosce e con una lingua che gli è ignota. Assolda quindi un gruppo di killer del luogo che nota per caso mentre sono al lavoro in una stanza d’hotel vicino alla sua. Con occhio esperto della materia li contatta e spiega loro la questione. Quello che però tralascia di precisare, ma che presto diventerà evidente, è che il tempo stringe, la vendetta va perpetrata in fretta poichè egli è affetto da una degenerazione della memoria e presto sarà incapace di ricordare ciò che gli accade.

Vendicami si pone la medesima domanda di Memento: “Il senso ultimo della vendetta è così importante da renderla necessaria anche nel caso non ci si dovesse ricordare di essa?”, ma mentre il film di Nolan pareva rispondere in maniera negativa, Johnnie To sembra non aver dubbi sulla necessità umana e spirituale di vendicare i torti subiti. Questo movimento da occidente ad oriente che contamina un prodotto con sensibilità e temi (la vendetta nell’accezione e nell’evoluzione della sua trattazione filmica locale) non è una novità, sono anni che prende la materia occidentale (in primis il noir e il poliziesco ma poi anche altre raffinatezze più particolari) per piegarle alle sue esigenze, stravolgen- done il realismo (che spesso ne è la pietra fondante) e puntando l’attenzione unicamente su due elementi: il mood e lo stile.

Il primo è dato dal tema, in questo caso la più cupa delle vendette per un uomo che aveva cambiato vita, il secondo è pura forma. Così facendo quello che ci torna indietro è la nostra produzione vista da un occhio asiatico, filtrata cioè attraverso una sensibilità diversa che pone l’accento su particolari altri, dinamiche e contraddizioni differenti. Vendicami è un film di sparatorie, in cui ognuna sembra veicolare un significato esclusivo assieme ad un’idea di morte e fratellanza. Come un mucchio selvaggio i sicari assoldati dal protagonista sono pronti a morire per qualcosa che non sanno nemmeno bene cosa sia ma che è solo un pretesto per mostrare il proprio affiatamento, contagiati dall’irreprensibile rigore morale del loro committente e da un compito, per una volta, lontano dalle bassezze che gli venivano commissionate solitamente dalla triade. L’estrema vendetta contro il resto della malavita (che come spesso accade in To è vista come un organizzazione abbastanza ridicola e grottesca) è un’impresa folle ma che eleva il loro spirito. In questo racconto di corpi crivellati dal piombo a dominare è tuttavia  Johnny Hallyday, cantante molto noto in Francia (una specie di loro Little Tony) e recentemente attore (già visto in L’uomo del treno), una faccia indimenticabile, piegata dagli anni e da infinite plastiche, ormai incapace di qualsiasi espressione che muti da quell’impassibile tristezza che lo caratterizza, ma sorpredentemente comunicativa. Hallyday con la sua presenza riempie la scena di toni noir inconfondibili, è un corpo e un volto puro da cinema poliziesco, disperato fino al midollo e perfettamente credibile con una sigaretta in bocca e un un trench addosso (requisito principale del buon attore da noir). E girando attorno a lui Vendicami disegna traiettorie inedite nel noto mondo del noir.

Voto: 8

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