Il Profeta

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Un prophète – Francia/Italia 2009 – di Jacques Audiard

Drammatico – 155′

Scritto da Fulvia Massimi (fonte immagine: movieplayer.it)

A diciannove anni l’arabo Malik Djebena conosce il carcere vero, quello in cui senza protezione non si sopravvive. In cambio di un omicidio, il boss còrso Cèsar Luciani gli offrirà la sua. Per Malik sarà l’inizio di una scalata al potere. E non solo dietro le sbarre.

Gran premio della giuria a Cannes, trionfatore ai Cèsar 2010 (nove conquistati su quattordici candidature): basterebbe la pioggia di riconoscimenti internazionali (non ultima la nomination agli Oscar come miglior film straniero) a rendere merito a Il Profeta di Jacques Audiard. Secco, spietato, privo di inutili virtuosismi e autocompiacimenti retorici, il capolavoro del regista parigino è gioia e tormento per gli occhi. In 150′ di costante tensione si compie la radicale trasformazione di Malik “maléfique” da angelo caduto, ossessionato dal ricordo (e dalla presenza) della sua prima vittima, a demone vendicatore.

In un lento e paziente percorso d’apprendimento, Malik conquista la fiducia di Luciani (il cognome, ironia vuole, è quello di Papa Giovanni Paolo I) imparandone i modi e la lingua, aspirando a diventare qualcosa di più del suo “servo arabo”, fino a provocarne la patetica caduta finale. Analfabeta e introverso, senza nient’altro che una vecchia banconota stropicciata nella scatola degli oggetti personali, Malik apprende fin troppo bene le regole del gioco: “uccidi o sarai ucciso” recita la tagline italiana, e, per una volta, non avrebbe potuto essere più esatta.

L’istinto di sopravvivenza ha la meglio sull’orgoglio, su una dignità persa in partenza, che Malik recupera nella scalata ai vertici del potere criminale, giocando d’astuzia, come il più navigato degli strateghi. Profeta senza Dio (è “uno”, non “il”, come nella traduzione italiana), Djebena non conosce fratellanza: insultato come un cane dai còrsi perchè arabo, e allontanato dagli arabi perchè “còrso”, Malik trova nell’ignavia del non appartenere a nessuna fazione la chiave per il successo del suo ambizioso progetto.

Scevro da stereotipi ed esasperazioni di genere, il carcere secondo Audiard è di un realismo disarmante, complice la ruvida fotografia di Stéphane Fontaine. La violenza esplode nel silenzio viziato dell’omertà ma non c’è condanna verso la corruzione dei secondini né empatia per i clan rivali. La prigione è una lenta routine in cui si consumano rituali che non lasciano spazio a esami di coscienza e schieramenti manichei. Audiard accetta il relativismo del bene e del male come unica interpretazione possibile della psiche umana: non esistono cattivi puri né modelli di ineccepibile rettitudine morale.

I detenuti del Centrale non desiderano redenzione: istruiti all’illegalità (ma in carcere si dedicano all’economia) sognano di arricchirsi con essa. La libertà non è necessaria: come membrane osmotiche, le pareti sono inutili barriere al fluire del mondo esterno nel microcosmo carcerario, dove le dinamiche di potere restano le stesse. Non ce la fa chi, come Ryad, cerca la normalità di una famiglia e di un lavoro onesto: il peso delle responsabilità è troppo schiacciante e il carcere sembra quasi più facile da affrontare, nella sua inquietante ma rassicurante chiusura.

Malik, corriere di morte (la scena dell’omicidio in auto è poesia per immagini), si offre messaggero tra i due mondi per servire il boss e infine schiacciarlo, accettando un destino criminale che si concede soltanto qualche momento di sporadica e spontanea tenerezza. Sospeso tra veglia e onirismo, Malik sogna l’orrore, che sia esso rielaborazione delle colpe commesse ma non espiate o profezia messianica di un prossimo futuro. Ed è grazie allo splendido lavoro di montaggio di Juliette Welfling che la sua soggettività prende vita, permettendo allo spettatore di esplorarla in modo estremamenta tangibile. Ogni cicatrice diventa la nostra cicatrice, così come nostro è il sangue che sprizza da una carotide recisa con animalesca brutalità. Nostro il dolore, nostra la sofferenza, di fronte alla lacerante bellezza di questa estetica della violenza, attraverso cui Audiard trasforma la sua pellicola in un’opera d’arte.

Come due facce della stessa, sporca, medaglia, Luciani e Malik rappresentano due generazioni a confronto ed è come se il giovane arabo prendesse infine con la forza l’eredità del vecchio boss rimasto solo, non più monarca assoluto ma uomo come tanti, peggio di tanti, perchè destinato allo scherno e alla compassione che si riserva ai perdenti. Tahar Rahim è sublime nella fragilità del suo ruolo e Niels Aretrup non è da meno, nei panni di un individuo così gratuitamente spietato da non ammettere assoluzione.

Ottima la colonna sonora: le musiche sono composte dal tre volte candidato all’Oscar Alexandre Desplat.

Voto: 9

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