Vincere

vincereItalia/Francia 2009 – di Marco Bellocchio – biografico – 128′Scritto da Gabriele Niola (fonte immagine: imdb.com)

Benito prima di essere Mussolini è stato marito infedele e padre in fuga. A farne le spese Ida Dalser, poichè la futura Donna Rachele fu la prescelta per il ruolo di moglie. La Dalser e il figlio, chiamato anch’esso Benito Albino (entrambi morti in manicomio), non videro infatti mai riconosciuto lo status di diretti parenti dell’uomo più potente d’Italia e il loro desiderio di trovarlo gli costò non pochi dolori e soprusi.

Con buona pace di Marco Bellocchio (che si è lamentato molto di come alcuni degli inviati a Cannes abbiano parlato del suo film ammettendo che sarebbe necessaria un’altra visione) Vincere è uno di quei film la cui piena comprensione non si esaurisce alla prima visione denso com’è di idee e suggestioni, tutte interessanti. Ed è, chiaramente, un complimento. Ad oggi Bellocchio è forse il cineasta italiano più puramente intellettuale, quello più di tutti capace di “parlare d’altro” mostrandoci una trama in fondo pretestuosa, sia che si tratti del rapimento di Aldo Moro sia che si tratti della storia del figlio segreto del Duce. Polemiche sull’atteggiamento dei brigatisti o sul ritratto che viene dato di Benito Mussolini e Ida Dalser tengono banco ovunque ma lasciano il tempo che trovano di fronte alle idee di cinema messe in campo. Vincere ci parla prima di tutto dei temi preferiti del regista (i rapporti familiari, l’influenza nelle nostre vite della religiosità del nostro paese, la comunicazione e il ruolo del cinema) e solo poi delle disavventure di Ida Dalser. Per fare questo stavolta Bellocchio non fa quello splendido giro intellettuale fatto di tangenti e piccole impennate d’arroganza visto in L’ora di Religione ma agisce in collaborazione (splendida collaborazione) con Daniele Ciprì, direttore della fotografia. Le immagini e le trovate del film sono infinite (specialmente nella prima parte) e tutte significative più d’ogni concetto espresso a parole.

Inquadrature composte per tirare i personaggi dentro e fuori dal visibile a seconda del ruolo che hanno, immagini ideate per portare avanti il racconto e parlarci dei sentimenti dei personaggi con un gusto unico per il bello e l’armonico, uno straordinario utilizzo psicologico del materiale di repertorio e un continuo gioco di rimandi con le molte immagini “cinematografiche” che vengono riprese. Daniele Ciprì lavora poco ma ogni volta lascia un segno indelebile che si può solo sperare che venga seguito da altri. Tutto quanto nel film ci parla del “vincere” (splendido titolo già futurista), dell’ansia condivisa dai protagonisti di averla vinta, di emergere e di non lasciarsi sconfiggere da nulla. L’arroganza di Benito è seconda solo a quella di Ida, che ancora prima di lui parla per slogan pre-fascisti (“O lui o nessuno!” risponde a chi le suggerisce di lasciar perdere) e che lotta contro l’evidenza dei fatti per raggiungere un nuovo status per sè e per il figlio (amante riconosciuta del duce e figlio legittimo). Fantastica (e davvero efficace) l’idea di far intepretare Mussolini prima ad un attore che non gli somigli come Filippo Timi (assieme a Pierfrancesco Favino l’attore più interessante del nostro cinema) e poi dal momento della presa di Roma in poi di lasciare la sua immagine alle immagini di repertorio. Peccato che però il flim perda nelle parti più squisitamente sentimentali, quando invece che narrare l’incedere dei fatti occorre narrare il turbinio delle emozioni. Sentimenti, pulsioni, amori e odi sembrano infatti emergere meglio quando scaturiscono dal racconto degli eventi che quando il regista gli regala un assolo e a salvare la barca alla fine è una colonna sonora molto curiosa, poco italiana e davvero interessante.

Voto: 7

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