Le grida del silenzio

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Le grida del silenzio – Italia 2018 – di Alessandra Carlesi

Commedia – 90′

Scritto da Elena Rimondo (fonte immagine: comingsoon.it)

Sette giovani, tre coppie e un single, partono per un weekend nei boschi. Prima e durante la notte in tenda, accadono strani fenomeni, preludio di un risveglio brutale che mette i sette campeggiatori uno contro l’altro, finché il mistero non viene risolto. 

Una sola cosa certa si può dire de Le grida del silenzio: non è un film che passerà alla storia, nemmeno tra i cultori dei B-movies che leggono con assiduità la rubrica “Bizarro” tenuta da Marcello Garofalo su Ciak. Solitamente, un B-movie è ascrivibile ad un genere ben preciso o, perlomeno, non nasconde le sue intenzioni, mentre qui siamo di fronte ad un ircocervo a metà strada tra un thriller, un horror, un giallo e un film drammatico, il tutto condito con un po’ di filosofia new age, che non guasta mai. Da tutti questi generi il film della Carlesi prende poco o niente, se non qualche atmosfera e ambientazione. Tanto per dire, il gruppetto di protagonisti, capeggiato da un leader arrogante e alquanto bullo, decide di piantare le tende (illegalmente) in un boschetto dall’aria sinistra, il che non è esattamente quel che si chiama un’idea nuova. Tuttavia, è solo nella parte centrale che il film vira verso il genere horror, anche se di orrorifico c’è ben poco, a parte la recitazione. L’incipit promette piuttosto un thriller, tra l’altro dall’ambientazione non scontata: un centro sportivo in cui si aggirano tipi davvero poco raccomandabili, a partire da qualche utente femminile. Malgrado la recitazione legnosa della maggior parte del cast, il contrasto tra la perfezione degli ambienti, sia interni che esterni, e le tensioni tra i personaggi sembrava promettere sviluppi interessanti. Invece la funzione della prima parte è solo quella di introdurre i protagonisti e le relazioni che intercorrono tra di loro: amori, conflitti, invidie, gelosie, desiderio di integrarsi. Passioni ataviche e fondamentali, che però emergono da dialoghi imbarazzanti fino a sfiorare il ridicolo e conditi da quegli sguardi biechi o fintamente intensi tipici delle soap operas di tutto il mondo. E fin da subito viene il sospetto, poi confermato nella parte centrale, che la caratterizzazione dei personaggi sia affidata a stereotipi triti e ritriti. C’è la sudamericana caliente e generosa in fuga da un fidanzato violento e geloso, l’appassionata di elfi che vive in simbiosi con la natura e il suo fidanzatino adorante, la coppia di lesbiche che riproduce fedelmente le dinamiche moglie/marito, il leader pazzoide e il suo rivale buono, entrambi tennisti. Come se non bastasse, nel corso del film i magnifici sette non cambiano di una virgola e confermano esattamente le nostre aspettative. Tanto per dire, la rivalità tra i due tennisti s’inasprisce sempre di più, dovuta anche al diverso temperamento dei due: romantico e malinconico Luca, farfallone e dispotico Daniel. Nonostante le differenze caratteriali, i nostri sono tutti belli e tirati, anche mentre piantano le tende in mezzo al bosco. Un altro tratto che li caratterizza è una certa ottusità, dato che nessuno di loro trova strano chiedere informazioni su un posto sicuro dove piantare le tende ad un tipaccio dall’aria truce e con tanto di accetta in mano. 

E’ nel finale, tuttavia, che la storia, o meglio il suo sviluppo, rivela tutta la propria debolezza. La trama, che per tutto il film era rimasta in bilico tra thriller ed horror senza mai scegliere né decollare, vira improvvisamente, ma fuori tempo massimo, verso il soprannaturale e il paranormale (diciamo in zona Les revenants, per non spoilerare), per concludersi con un pistolotto sull’amore, le affinità elettive, la gioventù rimpianta, etc. 

In conclusione, chi scrive non si sente di consigliarlo nemmeno “a chi ama il genere”. 

 

Voto: 2

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